Pd: l’orgia del potere

Il Partito Democratico, custode della storia egemonica del comunismo novecentesco, perde il pelo (e i voti) ma non il vizio. La sua vocazione a essere lasso piglia tutto del potere ha attraversato indenne la vicenda politica di questo inizio secolo. E anche adesso che il centrodestra, maggioritario negli orientamenti elettorali del Paese, avrebbe il diritto di reclamare un suo esponente la prossima presidenza della Repubblica, i dem non ci stanno e la buttano in caciara minacciando la caduta del Governo Draghi (la kryptonite dei peones pentastellati) se un candidato di centrodestra dovesse prevalere nelle ormai vicine urne presidenziali. Lo ha detto Enrico Letta senza giri di parole: “Faccio un pronostico. Su questa elezione del presidente della Repubblica non credo ci sarà bisogno di misurare la compattezza dei singoli. E questo perché sono sicuro che sarà una elezione a larga maggioranza. Non può che essere a larga maggioranza, perché se non fosse così cadrebbe il Governo immediatamente… Sarebbe una contraddizione totale, che minerebbe la stessa tenuta del governo, se l’elezione del presidente della Repubblica avvenisse su un candidato di bandiera di uno due schieramenti.

Proviamo a tradurne in chiaro il messaggio: giacché noi del Pd non abbiamo i numeri per votarci da soli un nostro uomo come capo dello Stato, pretendiamo che questi venga eletto con il nostro consenso. Per averlo non dovrà essere di centrodestra ma si dovrà individuare qualcuno formalmente “neutro” che tuttavia provenga dall’area culturale della sinistra. Se non è arroganza questa. La verità è che il comportamento bulimico del Partito Democratico nel voler compulsivamente occupare tutte le caselle del potere, anche quando perde le elezioni, è insopportabile. I dem rappresentano una porzione di elettori – mediamente uno su cinque – eppure hanno in mano l’Italia. E non solo. Si obietterà: se sono dove sono, cioè dappertutto, qualcuno deve averli aiutati a starci. Verissimo! C’è un concorso doloso, grande quanto una casa, dei venduti, dei voltagabbana e degli autolesionisti. Costoro, negli ultimi dieci anni, hanno consegnato una posizione dominante a un Pd bocciato nelle urne. Da Scelta civica, il listone civetta di Mario Monti, che nel 2013 drenò i voti moderati del centrodestra per donarli il giorno dopo la chiusura delle urne al centrosinistra, ai “quattro gatti randagi” di Angelino Alfano, al suicidio di massa, e neppure assistito, del Movimento Cinque Stelle: l’elenco degli epigoni di Giuda e Tafazzi sarebbe lungo.

Per comprendere la gravità del fenomeno trasformista a senso unico di marcia prendiamo in esame la legislatura corrente, iniziata nel 2018. Per il Partito Democratico le elezioni politiche sono state un bagno di sangue. Alla Camera dei deputati il Pd si è fermato al 18,76 per cento; al Senato ha totalizzato il 19,14 per cento. Il 2018 è stato l’anno del boom pentastellato con gli “onesti” grillini che hanno raccolto un consenso gigantesco proponendosi da alternativa radicale e irriducibile al sistema di potere centrato proprio sul Partito democratico. Alle Europee dell’anno successivo, per il Pd è andata meglio. È risalito al 22,74 per cento ma ha dovuto fare i conti con il successo a valanga della Lega salviniana che ha ricevuto il 34,26 per cento dei consensi, eleggendo a Strasburgo la più numerosa delegazione di europarlamentari dell’Unione. Poi la folle estate del Papeete e la capriola suicida del Cinque Stelle che di fatto hanno riportato in auge gli sconfitti piddini. Fotofinish: con il voto di un quinto degli elettori il Pd oggi si ritrova ad avere la presidenza del Parlamento europeo (David Sassoli), il Commissario all’Economia dell’Unione europea (Paolo Gentiloni), il presidente della Commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo (Irene Tinagli).

Con l’avvento del Governo Draghi il Pd ottiene i dicasteri più prestigiosi (Difesa, Lavoro, Cultura); la sua delegazione al Governo è la più numerosa grazie alla presenza di alcuni dei cosiddetti “tecnici” che, pur non avendo la tessera del Pd in tasca, sono notoriamente organici al partito. Come il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, che è stato assessore alle Politiche europee per lo sviluppo, scuola, formazione, ricerca, università e lavoro della Regione Emilia-Romagna dal 2010, per due mandati, sotto la guida dei presidenti Vasco Errani e Stefano Bonaccini.

C’è anche il ministero della Salute, affidato a un esponente di Liberi e Uguali (Roberto Speranza). Ma cos’è Leu se non una costola del Pd? C’è poi il sottobosco del potere che pullula di incarichi di vertice nelle aziende partecipate dallo Stato e nei ruoli apicali della Pubblica amministrazione. Ancora non si è spento l’eco dell’abbuffata di nomine alla guida delle testate giornalistiche della Rai dove il Pd ha fatto la parte del leone prendendosi la guida, tra le altre, del Tg1 e la direzione degli approfondimenti, cioè i talk show d’informazione della Rai. Organigramma, peraltro, imbastito dall’Amministratore delegato Rai, Carlo Fuortes, noto per essere espressione del Partito Democratico e in particolare della corrente veltroniana.

Ovvio che siano professionisti d’area privi di formale iscrizione al partito: ma è così che si definiscono nel linguaggio del politicamente corretto le cinghie di trasmissione che ne veicolano la volontà egemonica all’interno della struttura pubblica. Potremmo andare avanti a lungo nell’elenco dei piazzati dal Pd, in particolare nel mondo della finanza, ma non occorre. È sufficiente non tralasciare la casella del re sulla scacchiera – il capo dello Stato – attualmente occupata da un esponente politico scelto da Matteo Renzi, al tempo segretario del Pd, a dimostrazione del fatto che quando la maggiore entità partitica della sinistra, sotto qualsiasi forma e assetto interno si sia presentata, ne abbia avuto l’opportunità non è scesa a patti con nessuno.

Quella per il Quirinale, nell’ottica dem, è la madre di tutte le battaglie perché incide pesantemente sulla composizione e sugli orientamenti del Governo. Sergio Mattarella docet. La sua ferma ostinazione a sbarrare la strada, in questa legislatura, a un Governo a guida centrodestra resterà nei libri di storia, tra le peggiori pagine della democrazia scritte nel nostro Paese. Ecco perché la conquista del Colle resti strategicamente determinante per le sorti di un partito, il Pd, che fa fatica a prevalere nelle urne. Ecco perché Enrico Letta sia tanto preoccupato dagli esiti del voto a Camere riunite e abbia cominciato a minacciare. E a ricattare per avere alla presidenza della Repubblica una personalità organica alla sinistra o, in subordine, tentare di lasciare al suo posto l’odierno inquilino in attesa di tempi elettoralmente migliori.

L’auspicio, a questo punto, è che il centrodestra non gliela dia vinta. Giorgia Meloni, Matteo Salvini e la corte dei miracoli di Forza Italia la piantino di beccarsi l’un l’altro come i manzoniani capponi di Renzo Tramaglino e facciano muro per prendersi, con tutti i mezzi leciti possibili, ciò che spetta di diritto al popolo del centrodestra: il Quirinale. Che venga eletto Silvio Berlusconi, meglio. Che tocchi a un’altra figura dai contorni liberal-conservatori ben delineati, bene ugualmente. Altri sette anni di un capo dello Stato che penda da una sola parte – sempre la stessa – come la Torre di Pisa, non ce li meritiamo. Stavolta l’abusato titolo di una fatica letteraria di Primo Levi lo prendiamo in prestito noi per dire a chi in Parlamento rappresenta tutti coloro che non stanno a sinistra e neppure ci vogliono finire: se non ora, quando?