L’alibi

Stanno diventando parossistiche le attese e le manovre per eleggere il nuovo capo dello Stato. In condizioni normali il voto, pur importantissimo, non dovrebbe essere o essere considerato determinante. Con tutti i suoi poteri, formali ed impliciti, il presidente della Repubblica non è il perno della democrazia. Decenni fa, sorse un contrasto molto serio sui poteri degli organi costituzionali. Alcuni cercavano di accreditare la falsa tesi che il Quirinale e la Consulta fossero più importanti del Parlamento e del Governo. Insorse il presidente del Senato, che nella solennità dell’Assemblea, tra gli applausi dei senatori, proclamò che se due fossero i pilastri della Repubblica, essi sarebbero certamente il Parlamento e il Governo, unici depositari della sovranità popolare e dell’indirizzo politico generale che essa esprime democraticamente.

Generazioni di politici sono passati da allora nel Palazzo, screditandolo con la connivenza del popolo, colpevole a metà. La classe politica, sospesa tra prepotenza e impotenza, è giunta ad amputarsi una gonade per mero compiacimento, presentando la mutilazione come un perfezionamento del sistema rappresentativo. Meno contavano gli eunuchi del Palazzo, più tramavano contro sé stessi.

Al “sovrano” hanno tolto il potere di scegliere, cioè di eleggere a ragion veduta, i rappresentanti. Il processo di selezione della classe parlamentare, divenuto elitario, ha creato un sistema politico che di democratico ha meno sostanza che nome, meritando la definizione di “oligarchia temperata dal voto”, come non mi stanco di chiamarla. In questo contesto il potere è scivolato verso l’istituzione monocratica per eccellenza, presuntamente salvifica, che, una volta eletta, è autocefala e sostanzialmente insindacabile, se non a parole. La presidenza della Repubblica, così caricata di troppe aspettative, è diventata l’alibi dell’incapacità politica. Tuttavia il Quirinale, continuando a togliere le castagne dal fuoco o a farlo credere, finirà con il bruciarsi le mani.

Per la prima volta nella storia repubblicana si è aperta con largo anticipo una vera campagna elettorale per il presidente della Repubblica come se la Repubblica fosse presidenziale. Sennonché questa pseudo campagna elettorale, senza regole, aggrava la situazione già compromessa dal Covid.

A nessuno, salvo che alle forze politiche impegnate a distrarre l’attenzione dalle nuvole nere che incombono sull’economia, dall’inflazione al debito pubblico; a nessuno, dico, sfugge che il seggio elettorale per la scelta del nuovo capo dello Stato risiede nel Parlamento in articulo mortis, che potrà essere sciolto tra due mesi o comunque scadere tra un anno. Il Parlamento amputato, a cui hanno tolto un terzo dei membri, non è assimilabile ad una riformetta ma rappresenta una rivoluzione, sicché il presidente della Repubblica prossimo venturo dovrebbe dimettersi all’insediamento delle nuove Camere, per decenza costituzionale e politica, essendo figlio dell’assetto precedente. Divenuto l’alibi dell’inconcludenza partitica, potrebbe di suo mettersi a fare la punta di diamante di quell’oligarchia contro la quale egli è istituito a difesa della democrazia parlamentare veramente rappresentativa, prescritta dalla Costituzione.

Le dimissioni del presidente della Repubblica prossimo venturo, per quanto strettamente doverose verso il Parlamento amputato, potrebbero nondimeno innescare traumi politici e costituzionali. Per scongiurarne l’eventualità, le vie maestre restano due: la conferma di Mattarella fino all’insediamento delle prossime Camere per modo che il successore sia perfettamente legittimato dal voto del nuovo Parlamento rimpicciolito oppure, se non la conferma di Mattarella, stante il suo insuperabile rifiuto, l’elezione di un altro che, nel giurare al cospetto dei grandi elettori, dichiari solennemente che si dimetterà appena insediato il Parlamento rinnovato. Gli usi politici italiani, per tradizione aderenti più al tornaconto specifico dei partiti che al comune interesse costituzionale, fanno disperare che le vie maestre saranno imboccate. La “diritta via” l’ha smarrita da un pezzo, quel fascio di cantori della Costituzione resistenziale, della sovranità nazionale, della democrazia popolare.

Un amico buontempone, avendola conosciuta in anticipo, ha espresso totale dissenso verso questa mia posizione ed ha avanzato una proposta alternativa, felicemente definita da lui stesso “all’italiana”: Mattarella a Palazzo Chigi e Draghi al Quirinale. Proprio così, pure come omaggio all’alternanza di governo!