Se il centrodestra è diviso, a sinistra sono messi peggio

Dunque, la frittata è stata fatta. Il no di Silvio Berlusconi – o per dire meglio la sua rinuncia “per responsabilità nazionale” – apre una grande falla nel centrodestra. Ma, se guardiamo a sinistra, non stanno molto meglio, soprattutto con l’instabilità dei grillini ma anche per la mancanza di idee e di proposte a poche ore dalla apertura dei seggi pel Quirinale. Divisi alla meta, come titola felicemente il quotidiano torinese (La Stampa), ma anche e soprattutto con vistose divisioni interne che, per il centrodestra, potremmo chiamare ferite. Non vi sono più dubbi, infatti, sul gioco di finte e controfinte che gli alleati del Cavaliere hanno mostrato fin dagli inizi della sua autoinvestitura, da quando il loquace Vittorio Sgarbi esprimeva il suo più avvincente estro nella conta delle telefonate e delle risposte, dimenticando – ma per lui questo non rientra nello schema rappresentativo – di trovarsi in mezzo a quei giochi proibiti, dove il faire sans dire è la più vera ragion d’essere.

Eppure, il vero contraccolpo alla sua iniziativa è venuto dagli alleati Matteo Salvini e Giorgia Meloni. In effetti, i due “dioscuri” già all’inizio avevano manifestato un certo stupore, poi risolto in scarsa fiducia mascherata da giuramenti di fedeltà, dimostrando così a destra e a manca, è proprio il caso di dirlo, che sarebbe bastato attendere la fine della performance per riprendere i tradizionali incontri anche con il nemico. Non a caso, il Cavaliere in quei giorni assicurava di avere i numeri per essere eletto Presidente della Repubblica, ma intanto le ore passavano e lui stesso non usciva dal silenzio che si era imposto, annunciando per il “botto” un nome indiscutibile e quirinabile. A ciò, come si diceva, va aggiunto il più lacerante atteggiamento degli alleati, che giorno dopo giorno mostravano più o meno apertamene di non credere all’autoinvestitura di Berlusconi, soprattutto quando contava le centinaia di parlamentari d’accordo con lui e le decine di quelli conquistati e da conquistare aggiungendo, infine, che si trattava di un gioco facile.

“I numeri li ho ma evidentemente non vengo creduto”: abbandonando Meloni e Salvini al loro destino (non vedevano l’ora che ciò avvenisse), neanche si è presentato al summit su Zoom del centrodestra e, al suo posto, ha mandato Licia Ronzulli a leggere un comunicato. Non vi è dunque dubbio che l’arrabbiatura berlusconiana abbia non pochi motivi, tanto più seri quanto più rivolti ai suoi alleati, ma la più cocente delusione, quella che gli ha fatto prendere la decisione di mollare quella compagnia miscredente, è stata la constatazione che i due non lo volevano come candidato: “Non mi volete e io mollo, senza darvi la soddisfazione né di farmi vedere né di farmi infilzare pubblicamente da voi”.

Ora, l’abbandono di Berlusconi, le cui condizioni di salute non sono le migliori, trovandosi per un check al San Raffaele, dovrebbe aprire una fase nuova nel centrodestra e si aspettano i nomi “alti” promessi da Salvini che, nel frattempo, riunisce il corpus amministrativo del suo partito che, se ben ricordiamo, è sempre stato sostanzialmente d’accordo sul nome di Mario Draghi.

Quanto al centrosinistra, se non è zuppa è pan bagnato: un’analoga situazione di assai scarsa compattezza. A cominciare, ovviamente, dall’alto numero degli eletti del Movimento Cinque Stelle in cui non possono mancare, come sempre, differenziazioni e iniziative individuali di dissenso. Per ora, questo ruolo chiamiamolo così di rottura è stato assunto dall’immancabile Matteo Renzi. Al centrosinistra, cui appartiene, che proponeva di votare per Andrea Riccardi, l’ex presidente del Consiglio ha risposto con un sonoro “No”! Per ora.