La Presidente che vorrei

Devo dire che, pur facendo politica sin da adolescente, i tatticismi di questo mondo non mi hanno mai affascinato. Sarò pure un inguaribile romantico, un sognatore o, semplicemente, uno che ha letto troppi libri di filosofia, ma per me la vera politica – quella che Aristotele definiva come la più nobile occupazione dell’uomo civile – è altra cosa rispetto agli “accordicchi”, agli scambi di poltrone e alla compravendita di voti. Le idee e i contenuti: questo mi interessa. Sebbene riconosca che, almeno in Italia – ma sono sicuro anche altrove – la politica sia fatta anche e soprattutto di intese e di voti. In ogni caso, forse è proprio per questa ragione che non ho speso neanche una parola, in questi frenetici giorni per il nostro Paese, sull’elezione del nuovo Capo dello Stato. Tutto ciò che ho fatto, perlopiù in privato, è stato pronunciarmi sui nomi dei papabili e sulla loro concreta possibilità di riuscita. Ma credo sia arrivato il momento di fare la stessa cosa anche pubblicamente.

Assolutamente bocciati Pier Ferdinando Casini (che mi diverto a chiamare “l’ultimo dei democristiani”) e Giuliano Amato. La ragione di ciò è semplice. Casini non è assolutamente all’altezza: sarà pure un politico di lunghissimo corso (è in Parlamento dal 1987), una “vecchia volpe”, ma rappresenta tutto quello che ha fatto ammalare la politica italiana: vale a dire quel “centrismo” che il più delle volte si traduce in opportunismo e che è utile solo a bloccare, rallentare o annacquare qualsiasi spinta verso il cambiamento o qualsivoglia proposta più audace, di cui pure il nostro Paese avrebbe bisogno. Quanto ad Amato, il suo solo nome è sufficiente a suscitare una reazione allergica nella maggior parte dei cittadini italiani, che certo non hanno dimenticato la Patrimoniale e i prelievi forzosi sui conti correnti voluti proprio dal nostro, allora a capo del Governo tecnico, nel 1992, oltretutto subito dopo il crollo della lira, alimentato dal noto speculatore di estrema sinistra, George Soros. Uno che, da capo del Governo, è stato capace di una cosa simile e che invece di difendere il denaro degli italiani dalla speculazione preferì aggravarne gli effetti a suon di tasse, non è certo il miglior Presidente che l’Italia possa auspicare. Ciononostante, sono entrambi tra i “papabili”, cioè tra coloro che potrebbero farcela. In particolare, Casini sembrerebbe essere il candidato preferito di Matteo Renzi.

Sono perplesso sul nome di Mario Draghi. Come in molti hanno rilevato, spostare l’ex governatore della Banca centrale europea da Palazzo Chigi al Quirinale sarebbe il segno più chiaro del fallimento da parte della politica, ormai incapace di farcela senza i “tecnici” e di esprimere personalità di alto profilo e rispettabili. Tuttavia, è probabile che, alla fine, sarà proprio l’attuale premier a spuntarla, perché verosimilmente sarà l’unico capace di raccogliere il consenso di tutte (o quasi) le forze politiche. C’è da chiedersi, però, cosa ne sarà dell’attuale Governo: si andrà a elezioni un anno prima della scadenza naturale del mandato o si troverà un sostituto con la stessa capacità di tenere assieme forze politiche così eterogenee (che non è affatto detto, però, siano disposte a continuare quest’avventura)? Più probabile che, alla fine, si riuscirà a trovare la “quadra” e che i partiti scelgano di tirare a campare ancora per un anno. Diciamoci la verità: nessuno – a parte, forse, Giorgia Meloni, desiderosa di capitalizzare quanto prima l’ampio consenso di cui gode da qualche tempo a questa parte – ha fretta di andare alle urne, vista la discesa di consensi generalizzata e l’impreparazione ad affrontare una tornata elettorale, oltretutto coi famigerati soldi europei in ballo. Secondo Enrico Letta, è Draghi l’unico candidato capace di unire destra e sinistra. Ma il centrodestra si dice non disponibile a votare l’attuale numero uno di Palazzo Chigi.

Si sono fatti anche i nomi di Paolo Gentiloni e Marta Cartabia. Non ho amato il primo come presidente del Consiglio, quando presiedeva un Governo decisamente troppo progressista per i miei gusti e che, soprattutto, pensava che l’emergenza – in un Paese afflitto da ipertrofia fiscale, burocratica e normativa, con un sistema giudiziario lento e farraginoso, con un debito pubblico tra i più alti del mondo, con i giovani senza lavoro e prospettive e con città assediate da bande di criminali – fosse quella di introdurre lo “ius soli”. Ancor meno lo amerei da Presidente della Repubblica, ruolo in cui credo che difficilmente riuscirebbe a essere super partes. Quanto alla Cartabia, candidata “ufficiale” di Azione e Più Europa, sarà pure una grande giurista, ma le manca una cosa fondamentale: l’autorevolezza. Non basta avere un curriculum d’eccezione per fare il Presidente della Repubblica, ma è necessario anche avere un certo polso, non fosse altro che tra le proprie funzioni c’è quella di essere il difensore delle istituzioni e il garante delle stesse. Le possibilità di essere eletti, per entrambi, sono davvero poche.

A sinistra, hanno fatto capolino anche i nomi di Rosy Bindi e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio ed ex ministro del Governo Monti. Le probabilità, per la prima sono minime, mentre il secondo scalda il cuore di tanti esponenti del Partito Democratico. Se c’è una cosa di cui possiamo benissimo fare a meno sono altri catto-comunisti (pardon, “catto-dem”) al Quirinale, come se non ce ne fossero stati già abbastanza e come se non avessero già fatto abbastanza danni come categoria politica, contribuendo al declino del nostro Paese.

Silvio Berlusconi si è ritirato dalla corsa. Ma anche prima, la sua elezione è apparsa sin da subito molto poco realistica: previsione poi confermata dalla levata di scudi sul suo nome da parte del centrosinistra e della sua “appendice”: il Movimento Cinque Stelle. Sì, il suo talento e le sue capacità politiche e imprenditoriali, il suo avere visione e lungimiranza, sarebbero state qualità indubbiamente apprezzabili, semmai fosse diventato Presidente della Repubblica. Ma confesso che il mio primo pensiero, quando il centrodestra decise di candidare Berlusconi alla corsa per il Colle, è stato che si poteva fare molto di meglio. A sfavore del Cavaliere, infatti, giocavano due fattori: anzitutto l’età avanzata e lo stato di salute non ottimale (almeno è ciò che fanno supporre i frequenti ricoveri per accertamenti); in secondo luogo, l’immagine rovinata, anche sulla scena internazionale (di cui, a suo tempo, fu un protagonista) dagli scandali e dalle inchieste.

Sono in molti a credere che possa improvvisamente farsi strada l’ipotesi di Gianni Letta, ex braccio destro del Cavaliere, che potrebbe piacere anche alla sinistra (l’invito di Matteo Renzi al centrodestra a candidarlo lo dimostra) e beneficiare, così, di un consenso davvero ampio. Letta, infatti, è una figura decisamente moderata, poco incline alle intemperanze e propensa al dialogo e al compromesso. Forse anche troppo (almeno per i miei gusti): troppa moderazione rischia di far diventare le personalità sbiadite, quasi evanescenti. Ed è per questo che Letta è uno dei nomi peggiori che il centrodestra possa proporre, ora che questa parte politica ha la possibilità di “dare le carte” e di soffiare alla sinistra lo storico monopolio sul Quirinale.

Si sono fatti anche i nomi di Giulio Tremonti, di Marcello Pera e di Carlo Nordio. Tremonti è sicuramente meno moderato di Letta, con un buon curriculum, ma con un grande difetto: è discepolo di John Maynard Keynes, che vuol dire un grosso pericolo data l’enorme quantità di denaro europeo che nei prossimi anni dovremo scegliere come impiegare. Avere un economista keynesiano al Colle in un simile frangente potrebbe rivelarsi controproducente per una gestione oculata, utile e lungimirante di quei soldi. Un ottimo candidato potrebbe, invece, essere Pera: filosofo e accademico, ex presidente del Senato, di orientamento cattolico-liberale. Tuttavia, date le sue posizioni conservatrici sulle questioni bioetiche, è molto difficile che possa ottenere i voti necessari da sinistra, che in altri tempi lo accusò di confessionalismo. Nondimeno, Nordio potrebbe avere la stoffa per essere il nuovo inquilino del Colle, ma il problema sarebbe comunque reperire i voti necessari per eleggerlo.

Il meglio che il centrodestra possa offrire attualmente sono due donne: Maria Elisabetta Alberti Casellati, attuale numero uno di Palazzo Madama, e il vice-governatore lombardo, nonché ex sindaco di Milano, Letizia Moratti. La Casellati, sebbene sia stata eletta al Senato nelle liste di Forza Italia, viene ritenuta tra le figure “istituzionali”, capaci cioè di rassicurare le forze politiche e di attrarre un ampio consenso. Tuttavia, la mia “candidata del cuore” è proprio Letizia Moratti. Non posso fare a meno di immaginarla al Colle, a rappresentare tutti gli italiani. Ma perché tifo per Letizia Moratti? Semplicemente perché penso che sia tutto quello di cui l’Italia ha bisogno in questo momento e perché credo che avere al Quirinale una col suo curriculum (e con le sue posizioni) potrebbe rappresentare una significativa spinta verso il radicale cambiamento di cui questo Paese ha assoluto bisogno. Senza contare che si tratta di una figura davvero di alto profilo.

Figlia di un “partigiano bianco”, Paolo Arnaboldi, Moratti è il cognome da sposata. Già solo con queste due cose, la Moratti potrebbe lanciare due segnali molto importanti: il primo è che si può benissimo essere di destra e al tempo stesso antifascisti, e che la Resistenza non è appannaggio della sinistra; il secondo, dimostrare, contro il rinascente femminismo radicale, come una donna possa benissimo mettere la famiglia e il matrimonio al centro della sua esistenza (addirittura presentandosi pubblicamente col cognome del marito), senza per questo rinunciare alla carriera e all’impegno politico. Imprenditrice nel settore del brokeraggio assicurativo. Sposata (ora rimasta vedova) con Gian Marco Moratti, imprenditore petrolifero e sostenitore, sin dagli anni Settanta, della Comunità di San Patrignano per il recupero dei tossicodipendenti. Dal 1994 al 1996, su indicazione del primo Governo Berlusconi, Letizia Moratti viene nominata presidente della Rai e intraprese sin da subito una politica di risanamento del bilancio (a base di licenziamenti dei lavoratori in esubero, recupero crediti e creazione di un fondo immobiliare) molto contestata ma efficace, dal momento che il bilancio Rai tornò in attivo già dal 1995: magari ci fosse qualcuno capace di farlo coi conti dello Stato italiano. Sempre da presidente della Rai, complice l’approvazione del referendum abrogativo sul vincolo alla proprietà pubblica e l’apertura alla privatizzazione (ancora da attuare), la Moratti propose di reperire i finanziamenti anche attraverso la pubblicità e non più solo attingendo al gettito proveniente dal canone.

Da ministro dell’Istruzione, durante il secondo Governo Berlusconi, fu autrice della famosa riforma che porta il suo nome, che introdusse – tra le altre cose – anche l’obbligatorietà dello studio dell’inglese e dell’informatica nelle scuole e che pose le basi per il sistema dell’alternanza scuola-lavoro negli istituti professionali. Tentò anche – senza successo – di reintrodurre il voto di condotta. Dal 2006 al 2011 fu sindaca di Milano, ed è probabilmente questo il ruolo in cui seppe dare il meglio di se stessa. Oltre a inaugurare la trasformazione del capoluogo lombardo nella città moderna, internazionale, finanziaria ed “eco-friendly” che conosciamo oggi, pose l’accento anche sulla vivibilità, la sicurezza e il decoro urbano, nonché sulla conservazione dell’identità storica e culturale della città. Famose le sue battaglie contro il proliferare di moschee abusive, piuttosto che contro i campi rom e per la bonifica dei quartieri “difficili” e ad alto tasso di criminalità. Fece del suo meglio per attuare (in maniera quasi pioneristica) il principio del “prima i nostri”, che sarebbe diventato noto solo qualche anno dopo, soprattutto per quanto riguarda l’assegnazione di case popolari e l’erogazione di aiuti economici.

Dal 2019 al 2020 sedette alla presidenza di Ubi Banca. Torna in politica – dopo anni di pausa – richiamata dal governatore della Lombardia, Attilio Fontana, che la nomina assessore al welfare, nonché vice-presidente della Regione. Anche in questa veste, Letizia Moratti si è dimostrata all’altezza del compito, contribuendo significativamente alla gestione della pandemia. Controversa la sua posizione sull’allocazione dei vaccini anti-Covid, che a dire della Moratti avrebbero dovuto essere distribuiti tenendo conto anche della densità abitativa e del Pil dei vari territori: cosa questa che avrebbe favorito, inevitabilmente, la Lombardia e il nord-Italia rispetto al meridione. Tuttavia, le motivazioni di tali dichiarazioni si capiscono alla luce di un semplice ragionamento: è chiaro che i territori più popolosi hanno maggior bisogno dei vaccini, in quanto maggiormente esposti alla circolazione del virus; inoltre, se il vaccino è necessario per la ripartenza, è fin troppo ovvio che, in questo senso, bisogna privilegiare le “locomotive” del nostro Paese, dalle quali dipende l’andamento economico di tutta la nazione. Non egoismo, insomma: ma semplice buonsenso.

In sintesi, chi è Letizia Moratti? Una madre di famiglia; una donna d’affari; una donna che ha dimostrato di saper gestire la cosa pubblica nel miglior modo possibile; una politica di talento; di idee fondamentalmente liberiste; capace di riconoscere le “buone battaglie”, come quelle sulla sicurezza e l’identità, e di attribuire a esse la giusta importanza. Ha dimostrato di amare Milano e la Lombardia: lo stesso amore è verosimile lo riservi all’Italia intera. Ecco perché faccio il tifo per lei e – forse un po’ ingenuamente – le auguro con tutto il cuore di trasferirsi al Quirinale. Abbiamo bisogno di una personalità del suo calibro: autorevole, forte e competente. Ne ha bisogno l’Italia, che non vede più un Capo dello Stato come si deve dai tempi di Luigi Einaudi.