Riprendiamoci il futuro

Hiroo Onoda è stato un ufficiale dell’esercito imperiale giapponese nella Seconda guerra mondiale. La sua figura è leggendaria perché il tenente Onoda è quel tal giapponese che ha continuato a combattere nella foresta di Lubang, nelle Filippine, fino al 9 marzo 1974, giorno della sua resa alle autorità di Manila ordinata dall’imperatore Hirohito, perché nessuno gli aveva comunicato che la guerra era finita nel 1945. Purtroppo, nella vulgata comune si parla di lui, senza peraltro nominarlo, soltanto perché noi occidentali, che di valori assoluti capiamo sempre meno, abbiamo il malvezzo di fare della sua epopea un modo di dire derisorio per indicare una persona che s’intestardisce in comportamenti anacronistici. Noi per primi dovremmo mostrare rispetto per la sua onorata memoria, ma siamo di questo mondo, ragione per la quale, dovendo descrivere la pattuglia di liberisti duri e puri che sopravvive in alcune redazioni di giornali, non troviamo perifrasi migliore: accoliti a cui nessuno ha spiegato che la guerra è finita.

Siamo a una stagione della Storia terminata con il fallimento della globalizzazione e dell’ideologia economicista a essa connessa, altrimenti nota come liberismo. Ci sono volute una pandemia e una crisi bellica nel cuore dell’Europa per sgombrare il campo dal falso mito che la libertà senza limiti del mercato globale ci avrebbe resi liberi, come individui e come comunità umane. È accaduto il contrario: il liberismo ci ha condotti al disastro sociale, alla desertificazione delle attività produttive, al saccheggio industriale e a finire tra le braccia liberticide di una dittatura comunista a uso capitalista: la Cina. Dalla fine dello scorso secolo, nelle nostre lande si è prodotto sempre meno perché risultava più profittevole andare a creare valore e lavoro là dove fosse stato conveniente farlo. Negli ultimi trent’anni la logica del mercato selvaggio, senza regole, propugnato dal dogma liberista è stata la Mecca di tutti coloro che cercavano la strada più spiccia verso la ricchezza. Niente a che vedere con la tradizione fatta di fatica e sudore, nutrita dalla combinazione vincente capitale-lavoro, dei manufatturieri nostrani del Novecento che si sono spezzati la schiena per fare grandi e prospere le loro aziende e, con esse, l’intero Paese.

Dalla fine del Secondo conflitto mondiale c’è stata una magnifica classe d’imprenditori che ha preso una nazione allo stremo e l’ha portata nel giro di quattro decenni a essere tra le prime sette potenze industriali del mondo, giocando quasi sempre pulito e rispettando, salvo deplorevoli eccezioni, le regole del gioco. Che ha costruito e ha prodotto anche quando il sistema tangentizio della politica le ha stretto al collo un nodo scorsoio. Una classe di piccoli e grandi capitani d’industria di vecchio stampo che non hanno mai cancellato la parola etica dal lessico imprenditoriale. Poi la globalizzazione, che si è palesata al mondo con le sembianze della Medusa, la più affascinante e al tempo stesso la più mostruosa delle Gorgoni, che ha avvelenato la mente degli uomini con le sue false promesse e i suoi doni ingannevoli. Il più infido di tutti: la deregulation. Che applicata ai processi produttivi ha facilitato la trasmigrazione dei redditi d’impresa alle rendite finanziarie, con l’inevitabile conseguenza dell’indebolimento strutturale degli apparati manifatturieri autoctoni.

Oggi il vento è cambiato, Nemesi è tornata. Gli Stati occidentali riscoprono la necessità di assicurare equilibrio e coesione alle comunità che governano. E riscoprono l’importanza di anteporre la difesa dell’interesse nazionale a qualsiasi pretesa di mercato. L’idea di ampliare il perimetro del campo d’azione del cosiddetto Golden power – i poteri speciali che assegnano allo Stato e al Governo la facoltà di dettare specifiche condizioni all’acquisito di partecipazioni o di opporvisi, di porre il veto all’adozione di determinate delibere societarie – sta prendendo quota. La crisi sanitaria connessa alla pandemia e la crisi energetica provocata dall’insensata accelerazione impressa dall’Unione europea alla transizione ecologia e amplificata dall’esplosione della crisi russo-ucraina, ha reso evidente che un Paese incapace di darsi uno spazio di autonomia nel reperimento delle materie prime e nella produzione delle merci funzionali alla sopravvivenza della sua comunità sia condannato a un futuro di asservimento agli interessi e alle strategie geopolitiche di soggetti stranieri. Opportuno, dunque, che il Golden power, oggi disciplinato dal decreto legge numero 21 del 15 marzo 2012 e che ha giurisdizione nelle materie connesse alla Difesa, ai sistemi di sicurezza, ai trasporti, alle comunicazioni, all’energia, estenda il suo raggio d’azione al sistema bancario-finanziario-assicurativo, a quello alimentare e a quello sanitario. Bene anche la proposta, sponsorizzata dalla Lega, d’istituire una Direzione generale per la vigilanza delle imprese e degli asset strategici che impedisca alienazioni “suicida”, come, ad esempio, quella consumata con la cessione non osteggiata dal Governo Renzi, nel 2014, del 35 per cento del capitale sociale di Cdp Reti spa del gruppo Cassa Depositi e Prestiti, che ha partecipazioni in Snam, Italgas e Terna, al colosso asiatico della distribuzione di energia elettrica State Grid Corporation of China.

D’altro canto, che la sbornia liberista fosse giunta al capolinea lo dimostra il fatto che si torna a parlare – lo sta facendo con insistenza Mario Draghi – di riportare sotto il controllo dello Stato l’amministrazione dei prezzi al consumo del gas e della benzina. Come, peraltro, non è tramontata l’idea d’introdurre una tassazione per gli extra-profitti conseguiti dalle grandi aziende in conseguenza delle crisi recentemente esplose sull’approvvigionamento delle materie prime energetiche. La fine del liberismo si traduce nella morte dell’ideale liberale? Per nulla. Al contrario, un pensiero autenticamente liberale non può che uscire rafforzato dal processo di differenziazione concettuale della produzione di ricchezza mediante la libera concorrenza, assicurata da regole certe di mercato, dalla speculazione finanziaria tout-court e dallo sfruttamento criminale del lavoro a scopi di profitto. Comunque sia, è finito il tempo che ha nutrito la tara liberista delle risposte semplici a situazioni complesse. Non basta dire: meno tasse. Vi sono problemi di produttività legati alla dimensione delle imprese. Vi è un problema di scarsa sinergia tra le imprese che non consente loro di fare sistema all’interno delle catene del valore. Ci sono i nodi secolari dell’eccesso di burocrazia e dell’insufficiente infrastrutturazione nazionale che rendono difficoltosa, se non impossibile, l’intrapresa. Vi è un gap irrisolto tra le economie del Sud e del Nord del Paese che è piombo caricato sulle ali della ripresa.

Finora, è parso comodo cavarsela consentendo la delocalizzazione delle attività produttive sopravvissute ai cicli di crisi e ricorrendo all’ “outsourcing” delle produzioni straniere di bassa qualità per soddisfare la domanda interna. Paradossalmente, la crisi che stiamo attraversando, oltre a insegnarci molto, può offrire delle opportunità. Il default della globalizzazione, connessa all’inaffidabilità dei Paesi produttori diretti concorrenti delle manifatture europee, sta rianimando fenomeni di reshoring: imprese un tempo scappate dall’Italia stanno facendo ritorno a casa. Ancora più interessante è un’altra possibilità che può offrirsi al nostro apparato produttivo: il nearshore. Cioè, Paesi nostro vicini potrebbero trovare conveniente spostare in Italia le produzioni un tempo delocalizzate in altre aree del pianeta rese instabili dalle dinamiche geopolitiche. La parola magica perché ciò avvenga non è niente regole, ma un sistema giusto ed efficiente fatto di regole certe, che crei un acquis favorevole agli investitori esteri e che costi poco.

Gli eventi recenti pongono i governi e le società occidentali di fronte a una nuova consapevolezza. La sapranno cogliere le classi dirigenti delle nazioni sviluppate? La comprenderà la nostra classe politica? Vi si saprà adeguare quel mostro innervato da ottuso burocratismo e perniciosa ideologia progressista che è l’Unione europea? Se mai avessimo dovuto scegliere il momento giusto per riscrivere l’ideale liberale, non ne avremmo trovato uno migliore di questo. Che magnifica occasione per essere, parafrasando il verso immortale di William Ernest Henley i padroni del nostro destino/i capitani della nostra anima. La Storia impone una svolta e noi possiamo svoltare con lei.