Ucraina: il messianesimo americano degli orfani del comunismo

Molti sono rimasti sorpresi al vedere e al sentire intellettuali e giornalisti italiani di sinistra prendere sulla guerra russo-ucraina posizioni acriticamente atlantiste, filo-Nato e filo-americane. Gli anti-americani di un tempo sembrano diventati oggi addirittura i più zelanti filo-americani. Si scagliano, infatti, con lo zelo dei neofiti anche contro chiunque sollevi dubbi ragionevoli o esprima critiche sulle posizioni imposte ai Paesi europei dall’attuale presidente americano, Joe Biden. E lo fanno con un fervore acritico e uno zelo religioso pari a quelli con cui in passato accusavano chiunque non fosse francamente e acriticamente anti-americano. Accusano talvolta di filo-putinismo e di anti-americanismo pure coloro che, atlantisti da sempre, hanno conservato un minimo di rigore critico. Il fenomeno merita un tentativo di spiegazione e di interpretazione.

Della loro nuova propensione vi erano state in passato varie avvisaglie. Dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Urss nel 1991, l’allora dirigente comunista Walter Veltroni dichiarò di non essere “mai stato comunista”. “Come si definirebbe oggi?” gli chiese un giornalista. “Un clintoniano” disse Veltroni. La sua risposta sorprese molti, perché mostrava che gli ex comunisti sentivano più vicini i democratici americani rispetto ai socialisti italiani ed europei e rifiutavano una loro trasformazione in un partito socialdemocratico di tipo europeo. Quest’ultima trasformazione avrebbe comportato una confluenza di comunisti e socialisti, la rinuncia alla diversità comunista e, tra l’altro, una franca ammissione degli errori commessi, tra cui quello della scissione di Livorno del 1921. Gli ex comunisti puntavano allora attivamente sulla distruzione del Partito Socialista italiano e in particolare su quella politica e umana di Bettino Craxi. Distruzione che avvenne in seguito alle inchieste giudiziarie dette di “Mani pulite”. Qualcuno allora provò a coinvolgere il presidente americano Bill Clinton in un fantomatico “Ulivo mondiale”. Qualcun altro teorizzava una “terza via” mondiale tra capitalismo e socialismo, tra liberismo e socialdemocrazia. La tendenza degli ex comunisti italiani ad abbracciare i democratici americani fu confermata con la nascita nel 2007 del “Partito Democratico”, che si richiamava anche nel nome all’omonimo partito dei “liberal” americani ben più radicali dei liberali europei.

Tutto ciò sembra dimostrare che gli ex comunisti e i loro compagni di strada, rimasti orfani della religione comunista e della potenza sovietica, cercavano un’altra fede ed un’altra potenza di riferimento. La trovarono nel messianesimo neo-puritano dell’ala più radicale e “liberal” (da non confondere mai con i liberali europei) del Partito Democratico americano che, dopo la Guerra fredda, teorizzava il primato assoluto degli Usa e l’esportazione della democrazia nel mondo con “interventi umanitari” e con l’espansione della Nato verso Est. Di quell’ala radical e liberal essi aspiravano ad essere e sono la longa manus in Europa. La volenterosa partecipazione del Governo italiano di Massimo D’Alema ai bombardamenti della Nato su Belgrado nel 1999, decisa a Washington, sorprese molti ma si inseriva in quella tendenza.

La guerra russo-ucraina sembra essere stata per molti di loro l’occasione per esplicitare e radicalizzare questo legame politico-ideologico non con l’America e i suoi valori liberali, ma soprattutto con il Partito Democratico statunitense e con la sua ideologia radicale, messianica e “liberal” (da non confondere mai con “liberale”). In questa operazione ci sono stati e ci sono elementi di continuità con il passato che possono contribuire a spiegare le loro vere motivazioni. Essi hanno sostituito il vecchio messianesimo para-religioso comunista con il messianesimo democratico americano, anch’esso di stampo religioso, che tendeva a rafforzare il primato politico-militare assoluto degli Usa nel mondo post-Guerra fredda e a esportare la Buona Novella democratica in tutto il mondo con ogni mezzo anche non democratico e persino con le armi. Il messianesimo democratico americano si può leggere chiaramente espresso nei testi dei “neocons” americani, i quali sono quasi tutti ex intellettuali democratici di sinistra. Essi furono molto ascoltati anche dal presidente repubblicano George Bush (figlio) durante la sua presidenza (2001-2008). Essi contribuirono non poco a convincere Bush figlio, tra l’altro, della necessità di invadere prima l’Afghanistan dopo l’11 settembre 2001 e poi anche l’Iraq nel 2003, a finanziare i ribelli ceceni anti-russi, a proseguire nella espansione della Nato fino ai confini della Russia e ad appoggiare la “Rivoluzione arancione” in Ucraina nel 2004 e quella “delle rose” in Georgia nel 2008. Il messianesimo espansionista “neocon” in quel periodo fu sostanzialmente bipartisan negli Usa. E infatti fu la filosofia implicita anche del presidente Barack Obama durante la sua presidenza (2009-2017) anche se quest’ultimo teorizzava la tattica del “leading from behind”. Obama, con Joe Biden vicepresidente e Hillary Clinton segretario di Stato, suscitò e forse finanziò le “primavere arabe”, scoppiate in vari Paesi del Medio Oriente dal 2011 e culminate quasi tutte in guerre civili come in Libia e in Siria. Sempre con Joe Biden suscitò e finanziò (“con 5 miliardi di dollari” come ammise il vicesegretario di Stato, Victoria Nuland) la “rivoluzione” detta Euromaidan in Ucraina nel 2014, che fu un vero colpo di Stato di piazza (con l’aiuto di misteriosi cecchini che spararono sia sulla polizia sia sui manifestanti). Nonostante tutto ciò, o forse anche per tutto ciò, Obama ha goduto di un largo consenso nella sinistra mondiale ed in particolare tra i dirigenti del Pd italiano, che lo considerarono il vero loro capo-partito.

La sinistra italiana tornò però ai toni dell’anti-americanismo di sempre durante la presidenza di Donald Trump (2017-21) che, nonostante le sue gravi inadeguatezze e rozzezze, interruppe o per lo meno frenò le tendenze espansioniste americane in Europa e in Medio Oriente. Con la vittoria di Joe Biden nel 2021 quel messianesimo espansionista democratico è tornato al potere, al massimo della sua radicalità, sia a Washington sia nella sinistra italiana. Non a caso con lui i tentativi americani di espandere la Nato anche in Ucraina (un vero “pallino” almeno trentennale di Biden) sono stati fortemente intensificati. Non sono destituiti di fondamento i sospetti di molti analisti che, nelle intenzioni di Biden e dei suoi collaboratori (come Victoria Nuland, che dirige dai tempi di Obama il dossier ucraino), la cooptazione dell’Ucraina nella Nato sarebbe stata solo una tappa per poter poi provocare anche a Mosca un giorno una “rivoluzione colorata” di piazza, che avrebbe esportato la democrazia anche in Russia facendo esplodere anche la Federazione Russa in cui vivono attualmente varie decine di etnie e di Repubbliche autonome. È infatti quella delle rivoluzioni “colorate” – con movimenti di piazza antigovernativi, anti-corruzione – la strategia “democratica”, già più volte sperimentata per destabilizzare i Paesi dell’Europa orientale (ma anche mediorientali) ritenuti “autocratici” e per provocarvi un “regime change”, un cambiamento di Governo in senso filo-occidentale.

Le buone intenzioni democratiche della strategia delle rivoluzioni colorate non devono ingannare. I loro effetti geopolitici e umanitari sono perniciosi come si è visto in quasi tutti i casi nei quali sia stata applicata: AfghanistanIraq, Libia, SiriaGeorgia e nella stessa Ucraina (nel 2004 e nel 2014). Quella strategia ha generato in quei Paesi guerre civili, divisioni tribali e religiose, gruppi armati, instabilità, milioni di profughi. La stessa guerra russo-ucraina in corso può essere considerata, in parte, una conseguenza della “rivoluzione” dell’Euromaidan a Kiev del 2014. In Europa l’espansione della Nato a Est ha stabilizzato alcuni Paesi ex comunisti dell’Europa Orientale (come Polonia, Repubblica ceca, Ungheria, Romania e Bulgaria), ma ha destabilizzato, con mezzi non democratici ed effetti catastrofici, la Georgia e l’Ucraina. Anche se la responsabilità finale anche giuridica della guerra non può che essere attribuita alla decisione del 24 febbraio di Vladimir Putin di invadere l’Ucraina, gli storici del futuro non mancheranno di rilevare le responsabilità americane in quella vicenda che non può essere giudicata solo a partire dal 24 febbraio.

C’è da chiedersi, perciò, perché molti intellettuali e giornalisti di sinistra si rifiutano in questi giorni di analizzare la genealogia della guerra e di rilevare anche le responsabilità americane oltre a quelle russe. E considerano anzi anatema ogni analisi in tal senso. La risposta più semplice è che il messianesimo democratico americano offre agli orfani del comunismo (e ai loro eredi e succedanei) il grande vantaggio di continuare a sentirsi depositari del Vero e del Bene, di stare, come sempre, dalla parte giusta della Storia, nonché di apparire come i predestinati salvatori del mondo. Essi possono continuare a sentirsi i diffusori nel mondo del nuovo Vangelo democratico che ha sostituito la fede e il messianesimo comunista, che fu la religione messianica ed espansionista mainstream tra gli intellettuali europei e italiani ai tempi della Guerra fredda, quando sembrava loro che il capitalismo sarebbe crollato e che l’Urss avrebbe conquistato il mondo. Con il messianesimo permane anche il moralismo manicheo che tende a dividere il mondo in un campo del Bene e uno del Male. Il “campo del Bene” sarebbe la linea oltranzista che Joe Biden sta imponendo alla Nato e all’Europa, come se essa si identificasse automaticamente con gli interessi e i valori dell’Occidente e dell’Europa. La guerra in corso in Ucraina sarebbe una specie di battaglia finale e globale dell’Armageddon tra democrazia e autocrazia, tra Bene e Male. La stessa democrazia in Europa dipenderebbe dall’esito del conflitto russo-ucraino. Alla Russia di Vladimir Putin viene attribuita – non si sa come – l’intenzione e nientemeno anche la capacità di invadere l’intera Europa. Da ciò deriva la velleità di ottenere una impossibile sconfitta militare della Russia sul terreno e una improbabile defenestrazione di Putin a opera di invisibili forze di opposizione interna. Si tratta di una linea irrealistica e avventurista, che può portare solo ulteriori sciagure agli europei e agli stessi ucraini, ma non agli americani. Eppure, i nuovi messianisti democratici la sostengono religiosamente.

“C’è un aggressore da una parte e un aggredito dall’altra. Inutile porsi domande e discettare sulla genealogia della guerra. À la guerre comme à la guerre” sostengono in molti, come se fosse sufficiente guardare gli ultimi 30 secondi di un film per capirlo e giudicarlo nella sua interezza. Come spiegare queste incongruenze di quegli intellettuali e giornalisti? Sono – almeno così io li vedo – orfani del messianesimo comunista che hanno trovato nel messianesimo democratico americano una nuova fede acritica, immanente e terrena, che consente loro di continuare ad apparire, anche dopo la sconfitta del comunismo, come i detentori esclusivi della Verità delle leggi dello sviluppo storico, gli angeli del Bene e della Giustizia, nonché come i veri e soli salvatori del mondo.