Morire per Kiev, tra ipocrisia e coda di paglia

S’ode a destra un complesso di colpa e a sinistra rispondono con un ipocrita rimpianto. Nazionalismo fascistoide e comunismo. I due cancri dell’umanità sin dal secolo scorso. La risposta, sbagliata, all’entrata delle masse nell’agone politico. E il passato che non passa mai. E la storia che non insegna niente da tempo, specie da quando è stata subappaltata a quelli che Giampaolo Pansa chiamava “i guardiani della memoria”. Che oggi impazzano nei miserabili talk-show televisivi. A settanta e passa anni dalla fine della Seconda guerra mondiale ci risiamo. Non abbiamo capito che senza la deterrenza nucleare Usa e l’ombrello Nato l’umanità un così lungo periodo di pace e benessere non lo avrebbe mai vissuto.  E forse, inconsciamente, alcuni tra noi si sono stufati. Vogliono riprovarci. E parlano di conseguenza.

Così tra una coda di paglia di chi nella destra estrema europea, e in quella anche meno estrema d’Italia, considerava Vladimir Putin come un faro dei valori cristiani e un rigurgito nostalgico della defunta Unione Sovietica da parte di una sinistra che, Putin o non Putin, crede che “la Russia non si discute ma si ama”, ecco questo dibattito surreale da mondo alla rovescia in cui si chiede congiuntamente all’Ucraina e al suo eroico e decisamente molto comunicativo presidente di accontentarsi di perdere il DonbassOdessa e “di farla finita lì”.

Se uno volesse citare parafrasandolo lo sgangherato modo di esprimersi del povero immobiliarista Stefano Ricucci, così come ce lo hanno consegnato le intercettazioni personalissime e illecitamente divulgate che lo riguardano, questo significa fare la pace sacrificando i territori del Paese degli altri. Ecco oggi in Italia si ragiona così. Nelle università – persino alla Luiss – impazzano professori influencer come Alessandro Orsini, l’informazione che piace e fa tendenza a sinistra è quella del “Fatto” e a destra quella de “La Verità”. L’America è il nemico vero. E degli ucraini “non se ne può più, che palle... e  che si arrendano”. In confronto, la miserabile polemica di quel ministro francese, Marcel Déat, che diceva che non si poteva “morire per Danzica”, e che guarda caso poi entrò nel governo collaborazionista di Vichy che consegnò i bambini ebrei ad Adolf Hitler, è quasi acqua fresca. Facile urlare “pace, pace” e consegnarsi mani e piedi alle dittature.

La lezione subita dai nostri padri non è servita a niente. Evidentemente, con buona pace delle celebrazioni del 25 aprile, in cui si ricorda una liberazione che senza gli aiuti militari e anche umani degli Stati Uniti non ci sarebbe mai stata (e sarebbe stato divertente chiedere ai partigiani veri che cosa avrebbero risposto a chi si fosse opposto a chi li riforniva di armi), abbiamo una voglia pazza di riprovarci... a trasformare l’Europa in un enorme campo di concentramento, costellata di fosse comuni come quelle che abbiamo visto in Ucraina. E di cui si dubita  per farsi notare nei dibattiti televisivi. E di rivivere quelle camere a gas che i documentari dell’epoca ne hanno certificato la scoperta ad Auschwitz e dintorni. Prepariamoci, perché con questa mentalità ambigua e fellona il capolinea è già segnato. Sarà quello. Senza se e senza ma. Te la dà Putin “l’iniziativa diplomatica”.