Elezioni in Francia: oltre la retorica di una vittoria senza se e senza ma

Al di là della vittoria senza “se” e senza “ma” (lo diciamo anche a quanti, di destra o di sinistra, sono alla ricerca del pelo nell’uovo nel quasi 60 per cento ottenuto da Emmanuel Macron), il successo ma soprattutto la struttura stessa del sistema elettorale d’Oltralpe costituisce per noi italiani un’occasione di riflessione. Se non addirittura di invidia ben oltre la vittoria macroniana. Intendiamoci: essendo una Repubblica presidenziale made in France, le stesse riflessioni le avremmo potuto fare a proposito di Marine Le Pen in caso di un risultato positivo, giacché si tratta non di considerazioni squisitamente politiche ma strutturali, di un sistema voluto e imposto molto saggiamente dal generale Charles de Gaulle e mai più ripudiato. Un sistema sostanzialmente bipartitico, come si dice comunemente, anche se il panorama della presenza dei partiti – o di ciò che ne è rimasto – è più ricco. Duale è, semmai, il finale della partita. Ma lo è proprio per le imponenti riforme che si sono susseguite, sulla scia gollista, di Repubblica in Repubblica, da François Mitterrand a Jacques Chirac fino Macron. Il quale Macron ha nientepopodimeno che distrutto la destra e la sinistra storica confrontandosi, alla fine, con l’estrema destra di Marine Le Pen.

La cancellazione dei socialisti – che pure hanno dato alla Francia presidenti per certi aspetti storici come il già citato Mitterrand – non è avvenuta con espulsioni o lotte all’ultimo sangue, ma grazie al sistema macroniano che ha abolito in se stesso, prima che negli altri, i medesimi concetti di destra e sinistra, imponendo innanzitutto la sua persona come referente partitico, portando quindi alle estreme ma non imprevedibili conclusioni la qualità del partito personale contro il quale, non solo in Italia, si sono levate e si levano le più alte critiche, adombrando pericoli in avvenire di stampo fascista e/o totalitario.

Certo, il sistema francese nel suo complesso non ha visto di malocchio le riforme (o controriforme per dirla alla Jean-Luc Mélenchon) di Macron, anche perché ne era predisposto ma, innanzitutto, perché non si toccavano nella loro essenza rappresentativa le strutture e i meccanismi parlamentari, al punto che anche dopo questa vittoria, ma anche prima, assisteremo a una non vittoria macroniana in quel Parlamento, nella logica di un equilibrio istituzionale di pesi e contrappesi di cui la Francia è maestra.

Gli avvenimenti francesi non possono non essere istruttivi per una Italia che, nel resto del mondo, è nota non tanto o non soltanto per il suo pluripartitismo, che è di per sé storicamente una vera e propria disfunzione istituzionale, ma per le lentezze di un complesso legislativo e burocratico che grida vendetta al cospetto della nuova realtà politica e istituzionale europea. E quando a Bruxelles, come sta avvenendo in queste ore, si saluta con entusiasmo il successo di Macron, il significato mai come in questo caso sta nella vittoria di principi e finalità di quella unità europea e del suo Governo, che aveva tenuto il fiato in sospeso fino alla marcia trionfale nella sera parigina verso la Torre Eiffel per il discorso della vittoria. In questo senso, si può parlare di una vittoria dell’Europa, ma badando bene che la nuova retorica non soffochi in promesse e frasi altisonanti la vera e spesso cruda realtà che, durante la campagna elettorale, l’abilità di Macron ha occultato dietro un attivismo, non solo mediatico, sfrenato e tuttavia sempre contestato dalla rivale di destra.

La Le Pen – qualcuno dice di avere scorto accanto a lei il vecchio padre, a suo tempo sfidante di diversi canditati presidenti – è chiaramente sconfitta, basta vedere la distanza di una decina di punti. Non soltanto ha superato la mai raggiunta percentuale del 40 per cento, ma ha imposto al presidente confermato una agenda sia pure non sconosciuta e ultracitata da Macron, della cui urgenza, a cominciare dalla immigrazione e dal lavoro, il presidente entrante, proprio perché ha declamato di voler “essere il presidente di tutti i francesi”, non potrà non tenere conto.