Il mal francese

Emmanuel Macron ha vinto e sarà il presidente della “République” per i prossimi cinque anni. Su questo non ci piove. Ma possiamo affermare che la sua sia stata una vittoria piena? Anticipiamo le conclusioni del nostro ragionamento: no, non lo è stata. Lo dicono i numeri. Ma ancor più lo segnala il sentimento dell’elettorato francese che, al ballottaggio, si è spaccato a metà. Se Macron ha avuto grosse difficoltà a scrollarsi di dosso l’allure di “presidente dei ricchi” che ha accompagnato, e caratterizzato, il suo precedente mandato, Marine Le Pen si è caricata sulle spalle la necessità di dare forma compiuta all’area dello scontento popolare che c’è, esiste e non è un’invenzione propagandistica dei sovranisti.

I numeri. Emmanuel Macron passa al ballottaggio con il 58,54 per cento del consenso dei votanti (71,99 per cento degli aventi diritto), che sono stati meno di quanti si presentarono alle urne del secondo turno delle presidenziali nel 2017 (74,56 per cento degli aventi diritto). Ciò porta a percentualizzare i 18.779.641 voti conquistati dal vincitore in 38,52 punti dell’universo elettorale. Con un’astensione al secondo turno del 25,44 per cento (12.101.366 elettori) comprenderete che parlare di vittoria netta sia, quanto meno, una forzatura. Ma ciò che pesa come un macigno sulla vittoria dimidiata di Macron sono i numeri totalizzati dalla sfidante Marine Le Pen. La candidata del Rassemblement National ha ottenuto 13.297.760 voti, pari al 41,46 per cento dei consensi espressi. Nella storia francese dal Secondo conflitto mondiale una vetta elettorale così alta non era stata mai raggiunta da un candidato della destra radicale. La stessa Le Pen, sfidante di Emmanuel Macron nel 2017, al secondo turno ottenne 10.653.798 voti, pari al 33,92 per cento, mentre l’allora vincitore Macron la doppiò raccogliendo 20.753.798 voti (66,08 per cento). Ciò significa che, in cinque anni di permanenza all’Eliseo, l’uscente ha perso per strada il consenso di 1.974.157 elettori e, contestualmente, la Le Pen ne ha guadagnati 2.643.962. Ma c’è di più. La potremmo definire “variante Mélenchon” dal candidato della sinistra radicale che al primo turno di due settimane orsono ha ottenuto il 21,95 per cento (7.712.520 voti assoluti). Perché questo dato è significativo? Perché, senza la confluenza determinante su Macron di una parte dell’elettorato di Jean-Luc Mélenchon nel voto di ballottaggio, insieme all’evidente delusione dei francesi rifluiti nell’astensione, l’uscente non l’avrebbe spuntata sulla Le Pen.

Di là dai numeri, resta il dato politico che è clamoroso: l’uomo dei poteri forti e dei ricchi, Emmanuel Macron, dovrà fare i conti con un partner aggiunto, e probabilmente indesiderato, alla sua “constituency” che è la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon. Nondimeno, non potrà, con il nuovo mandato, reiterare l’arroganza con la quale nel passato quinquennio ha trattato il popolo di Marine Le Pen. A maggior ragione, se si considera che, tolto il pregiudizio ideologico che ha separato l’elettorato di Mélenchon da quello della Le Pen, il programma politico dei due candidati in aperta sfida con Emmanuel Macron presentavano non pochi punti di contatto. Esiste una Francia che, infranto il tabù dell’irricevibilità di un candidato della destra radicale, avrebbe preferito la leader sovranista alla presidenza al posto di un insoddisfacente praticante di un europeismo che le resta incomprensibile, e perciò spaventoso. Ed esiste un’altra Francia che non se l’è sentita di gettare il cuore oltre l’ostacolo optando per la scelta “rivoluzionaria”, e ha preferito restare a casa, probabilmente preoccupata dell’ipotetico salto nel buio che il voto alla Le Pen avrebbe comportato in un momento delicatissimo per le sorti dell’Occidente, con una guerra deflagrata nel cuore dell’Europa.

Comunque, la partita non è chiusa. Resta ancora un terzo tempo da disputare, i prossimi 12 e 19 giugno, con il rinnovo dell’Assemblea Nazionale. In quelle date – primo turno e ballottaggio – verranno eletti i 577 deputati della XVI legislatura della Quinta Repubblica. In quella che sta per concludersi, il partito di Macron, “La République en Marche, ha potuto contare su 308 deputati. Allora la vittoria straripante del giovane leader di un movimento moderato, marcatamente filoeuropeista, alternativo ai partiti tradizionali che avevano dominato il campo sia della destra (Les Républicains neo-gollisti) sia della sinistra (Partito Socialista) funzionò da traino al movimento post-ideologico che si era condensato alle sue spalle. È improbabile che il prossimo giugno “La République en Marche” ottenga la maggioranza in Parlamento visto che, nei trascorsi cinque anni, non ha saputo trasformarsi in organizzazione strutturata sul territorio ma è rimasta fondamentalmente movimento d’opinione. Senza una maggioranza piena, l’inquilino dell’Eliseo potrebbe doversi adattare a una coabitazione al potere in un Governo di coalizione, pur d’impedire la vittoria della destra. Ciò costringerà un indebolito Macron a fare accordi di desistenza con la sinistra ultra di Mélenchon, che nel frattempo ha chiamato a sé ciò che è rimasto in vita nel campo socialista.

Con quali conseguenze? La linea politica del prossimo Governo francese sarà condizionata dalla sinistra che terrà in ostaggio per l’intera legislatura il movimento d’ispirazione moderata e centrista. Un déjà-vu all’italiana. Accadrà, con buona pace della variegata schiera di “macroniani” che, in Italia, affolla le classi dirigenti delle forze centriste ma anche qualcuna del centrodestra. In Francia, nei sottoinsiemi del sistema socio-economico, si è riproposta, nella cornice della dicotomia ontologica élite-popolo, la differenziazione tra “garantiti” e “penalizzati”, in luogo della tradizionale divaricazione tra le categorie novecentesche della destra e della sinistra. Se i pensionati hanno scelto, in maggioranza, la continuità votando Macron, i ceti medi tradizionali, danneggiati dalla globalizzazione, si sono rivolti all’offerta politica di Marine Le Pen, mentre i giovani, abbindolati dalla narrazione neo-ecologista abbracciata da Mélenchon, hanno accelerato sulla transizione dalla sinistra vetero-marxista al progressismo dogmatico ed egualitario che si autolegittima al potere.

Risultati alla mano, appare evidente che la Le Pen sia diventata la voce della Francia profonda, quella della provincia e delle realtà marginalizzate. È sintomatico che la candidata della destra abbia stravinto fuori dall’“Esagono”, nei territori d’Oltremare e in Corsica, mentre non abbia fatto breccia nella capitale, Parigi, dove ha ottenuto al ballottaggio il 14,90 per cento contro l’85,10 per cento del suo avversario. Ma il fallito assalto ai contesti metropolitani, fortemente inurbati, non ha riguardato solo la regione dell’Île-de-France. È singolare il dato che nei dipartimenti vinti dalla Le Pen non vi sia ricompresa alcuna grande città.

Analizzare tale aspetto può essere interessante per noi italiani che abbiamo una spiccata affinità con il tratto antropologico dei cugini d’Oltralpe. Città contro provincia potrebbe essere una chiave di lettura, in negativo, anche del confronto elettorale che vi sarà in Italia il prossimo anno. Un esasperato distanziamento tra i due contesti socio-economici e demografici potrebbe determinare l’innalzamento di un muro d’incomunicabilità che non giova a nessuno. Non esistono due visioni del mondo: una, cittadina, vocata al conformismo europeista, borghese progressista, multiculturalista al passo con il mainstream del politically correct; l’altra, affetta da provincialismo culturale, conservatrice, xenofoba, euroscettica, campanilista. Esistono, invece, opposte modalità d’approccio ai grandi interrogativi del nostro tempo storico. Modalità che non cancellano il passato, che non chiedono di rinnegare le radici politico-culturali, che esaltano e non annichiliscono le diversità. Lo sottolineiamo perché, da qualche tempo, sembra che nel centrodestra nostrano si sia smarrita la bussola identitaria. Sembra che alcuni dei partiti di riferimento del blocco sociale dei ceti produttivi tradizionali abbiano dimenticato chi e cosa rappresentare. Un consiglio: ritrovino al più presto la memoria, perché gli elettori del centrodestra non l’hanno affatto persa. E la storia dei suoi eletti – non tutti – i quali hanno tifato per un Macron che in Italia trova i suoi interpreti autentici in Carlo Calenda e Matteo Renzi, non l’hanno per niente gradita.