Che mangino brioche

“Capita anche a me quello che sta capitando a tanti miei colleghi, cioè l’assenza cronica di personale. La ristorazione sta vivendo una crisi senza precedenti. Io sono disperato perché non trovo camerieri, le prime domande che mi sento fare ai colloqui sono “posso avere il part-time?” e “posso non lavorare la sera?”. Ma io non penso che chi mi chiede questo sia sfaticato, è che i ragazzi hanno proprio cambiato mentalità: fino a prima del Covid per loro era importante trovare un impiego, adesso è più importante avere tempo. Non sono disposti a lavorare fino a tarda notte o nei giorni di festa. Sinceramente non vedo una soluzione”.

A descrivere la situazione è Filippo La Mantia, il ristoratore che ha riaperto da un mese il suo locale al Mercato Centrale di Milano. Immaginiamo le difficoltà di La Mantia e di tutti coloro i quali hanno bisogno di personale di sala e la situazione ci preoccupa non poco. Immaginiamo anche che, però, domani il dibattito sul tema si trasferisca nel mondo politico. Ma chi domani – sfruttando episodi come questo – si scaglierà contro il reddito di cittadinanza (che sicuramente è una misura assistenziale e quindi sbagliata), mentirà sapendo di mentire e incapperà nel solito problema di sempre: fare demagogia senza offrire soluzioni degne. Se si pensa di strappare un giovane dall’inedia del reddito di nullafacenza offrendogli un posto da sguattero, preferibilmente dalle quattro di pomeriggio a mezzanotte, allora si commette un grosso errore di valutazione, trattando i giovani con un disprezzo degno della migliore Regina Maria Antonietta (“se non hanno più pane, che mangino brioche”).

Se si pensa di armarli di scopino e mandarli a lavare i cessi, invece di usare il denaro pubblico per rimuovere gli ostacoli sociali (e burocratici) che si frappongono tra le nuove generazioni e le loro naturali aspirazioni, allora siamo alla demagogia di chi ha la pancia piena (e la cadrega assicurata) ma pretende di insegnare al povero cristo come si campa felicemente di stenti. Poi nella vita può capitare di fare qualsiasi tipo di lavoro per campare ma ciò non è in discussione. Dall’alto di retribuzioni faraoniche (spesso immeritate), la nostra classe dirigente vuole convincere i giovani che il lavoro sia un valore (quando lo fanno gli altri ovviamente) e non un mezzo per realizzarsi socialmente ed economicamente. E poi si sorprendono se gli imberbi non abboccano e si rifugiano nel reddito di cittadinanza, dopo aver fatto alle loro prediche una sonora pernacchia. Quella è solo la naturale reazione a una provocazione. In fin dei conti, sembra quasi che sia un preciso disegno quello di ciarlare nel mentre tutto rimane com’è.

L’equilibrio non deve essere alterato, perché risponde a un preciso assetto in cui qualcuno raccoglie comodamente i frutti e la moltitudine guarda la tv dopo aver sgobbato. Tutto deve rimanere fermo e per questo parlano delle guerre mondiali, della resistenza, del fascismo e di vattelappesca pur di non affrontare i problemi attuali in maniera concreta. Parlano di indipendenza energetica e militare dagli anni Cinquanta, mentre noi siamo ancora militarmente ed energeticamente dipendenti dall’estero. Parlano di modernizzazione del mondo del lavoro, nel mentre si battono come leoni perché tutto torni alla situazione pre-pandemia. Sono un branco di intrattenitori ben pagati, che alimentano il dibattito sul sesso degli angeli, delle Barbara D’Urso che siedono nelle Istituzioni invece che in uno studio televisivo.

Peccato che i pifferai non incantino più nessuno: le nuove generazioni – che in quanto a velocità di pensiero e senso pratico sono di molto superiori a noi sarchiaponi degli anni Settanta – non si lasciano più incantare dalle fregnacce spacciate per ideali e preferiscono il downshifting a una vita di stenti e speranze.