Se l’Europa ha paura dell’orso russo con la sua strategia bullista

Si è fatto un gran discettare (e un gran marciare, da Perugia ad Assisi) sulle armi per l’Ucraina invasa ed è abbastanza normale. Come ha ricordato – su DagospiaLuca Josi, proprio a proposito di questa questione, che sarebbe giunta l’ora di “smetterla di ascoltare i marciatori della pace a senso unico e coloro che, alternativamente, non vogliono il rigassificatore vicino a loro, ma preferiscono comprare energia nucleare oltre il giardino”. Ben detto.

Del resto, se vogliamo aggiungere qualche ricordo storico, vengono alla mente gli slogan della primordiale marcia della pace degli anni Sessanta da Aldermaston a Londra che, detto inter nos, chi scrive ha frequentato con la cinepresa 16 millimetri in mano, per testimoniare e filmare il cosiddetto spirito del pacifismo ai suoi albori. Non sono cambiate di molto queste camminate, allora come oggi contro gli Usa. E lo spirito marciante è sempre quello: si dimenticava del tutto l’Urss di Leonid Breznev armata fino ai denti, esattamente come oggi si tace sulla Russia di Vladimir Putin che, per di più, minaccia fuoco e fiamme contro chiunque osi avanzare dure critiche al suo operato, con toni sempre più aspri di colui che, come ha lui stesso proclamato la settimana scorsa, possiede le chiavi “di arsenali pieni di armi segrete”.

Una minaccia in cui i giornali dotati di un minimo di obiettività hanno ravvisato una imperdonabile vocazione a una sorta di bullismo, piuttosto che ai propositi di un uomo di Stato, con il risultato di impressionare a tal punto Paesi come Svezia e Finlandia, storicamente e orgogliosamente neutrali, nel proposito di entrare nella Nato. E con l’opinione pubblica di questi Stati in grande maggioranza desiderosa di Europa. Un bel risultato, si vorrebbe dire.

In attesa che i marciatori della pace a senso unico si indirizzino verso un leader che lancia simili avvertimenti – temiamo che sarà una attesa, come le altre, delusa – le reazioni dell’Europa sono sembrate, fino a qualche giorno fa, abbastanza timide. Souplesse derivante dal ricordo dell’eterno orso russo, simbolo sinistro delle paure su cui uno come Nikita Kruscev si altalenava fra gli osanna delle sinistre mondiali con i loro giovani che scandivano, contro gli Stati Uniti ovviamente, il motivo conduttore e dominante del “not in my name”.

Nelle parole assai poco da statista di Vladimir Putin è ravvisabile il limite della politica estera di un grande Paese come la Russia, tanto più che lo stesso Putin aveva ipotizzato pochi anni fa una entrata della “nuova Russia” nel contesto europeo, Nato compresa. La strategia che osserviamo è letteralmente capovolta, ricorrendo all’arma più minacciosa del gas e la restrizione della vendita, con conseguenze ben facili da capire. Lo stop al gas vuole essere un’arma puntata contro il Vecchio Continente e alla sua economia. Purché in buona fede e soprattutto con la capacità di aderire con convinzione alla più vera realtà della Europa di oggi. Le minacce da bullo “non fanno paura all’Unione europea”, è detto da chi presiede il Parlamento europeo: una donna.