La campagna di Russia

Siamo al sessantaseiesimo giorno dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina e ancora non abbiamo certezze su dove questo conflitto ci porterà. Finora abbiamo condiviso il diritto degli ucraini di combattere per la propria libertà. Altro punto fermo è stata la decisione dei Paesi del blocco occidentale di non voltare altrove lo sguardo ma di reagire aiutando il popolo ucraino a difendersi. Come? Applicando contro la Federazione Russa pacchetti di sanzioni gravemente penalizzanti e trasferendo agli aggrediti risorse finanziarie e armamenti leggeri. L’obiettivo era di far fallire la Blitzkrieg del Cremlino. Il bersaglio è stato solo parzialmente centrato. Si continua a combattere ma la guerra-lampo è sostanzialmente fallita, al punto che le autorità di Mosca hanno ripiegato su un “Piano B” che si limitasse a porre sotto il controllo russo il Sud-Est dell’Ucraina, dal Donbass alla fascia costiera meridionale, passando per i caposaldi strategici di Mariupol e di Odessa.

Inizialmente, per gli alleati occidentali, una soluzione che replicasse lo scenario coreano, cioè la creazione di due zone indipendenti, separate da una linea di demarcazione concordata in sede armistiziale, sarebbe stata accettabile. Ma la determinazione degli ucraini a preservare l’integrità territoriale e il cattivo andamento dell’aggressione russa hanno rinfocolato le aspettative degli alleati. Le dichiarazioni di quest’ultima settimana del presidente Usa Joe Biden, e del premier britannico Boris Johnson, puntano in direzione dell’escalation del conflitto armato. Sull’asse anglo-statunitense-ucraino si è fatta strada la convinzione che la guerra possa essere vinta.

I nuovi obiettivi dell’Asse? Ricacciare la forza d’occupazione russa fuori dal territorio ucraino, riprendere l’agibilità della costa e della portualità nel Mar d’Azov e ristabilire i confini ucraini ante 2014, cioè prima dell’annessione della Crimea alla Federazione Russa. Qualcuno ironizzerebbe sul vasto programma. I principali sponsor di Kiev, invece, ritengono fattibile un salto di qualità del conflitto che sfoci in una guerra di posizione di lunga durata. Allo scopo, Usa e Gran Bretagna hanno deciso l’invio ai combattenti ucraini di artiglieria pesante e di sistemi d’arma in grado di colpire obiettivi strategici sul suolo russo. Washington e Londra chiedono ai membri dell’Unione europea di adeguarsi alle esigenze della mutata strategia. Basterà per vincere? La domanda chiama un’altra domanda: noi europei reggiamo i tempi lunghi di una guerra della quale non si conosce la deadline? Prima d’interrogarci sulle capacità degli altri, preoccupiamoci di casa nostra. Per farlo bisognerebbe calarsi nei panni del buon padre di famiglia quando deve affrontare un’impresa imprevista. La prima cosa, si fa i conti in tasca.

Allora, com’è messo il “sistema Italia”? Il Centro Studi di Confindustria stima nel primo trimestre 2022 una flessione della produzione industriale di -2,9 per cento rispetto al quarto trimestre del 2021 (-1,5 per cento a marzo). La stessa fonte descrive l’impatto della guerra russo-ucraina sulla nostra economia in termini di “shock di offerta profondo, al momento difficilmente quantificabile, perché il quadro è in continua evoluzione”. La principale causa di crisi deriva dall’aumento dei prezzi energetici, agricoli, dei metalli e da un trend della ripresa economica fortemente negativo, dovuto alla possibilità che il commercio delle principali commodity, in particolare del settore agro-alimentare, venga totalmente bloccato a causa del protrarsi della guerra. L’impatto sul Pil della durata della guerra nel lungo periodo sarebbe devastante.

Per l’Istat, i dati relativi all’andamento del Pil nel primo trimestre dell’anno segnano una diminuzione su base congiunturale dopo quattro trimestri positivi. Il calo è di -0,2 per cento rispetto all’ultimo trimestre 2021. Precedenti stime avevano fissato l’incremento del Pil italiano per il 2022 al +1,9 per cento, in forte ribasso rispetto al +4,0 per cento della previsione effettuata prima dello scoppio del conflitto. Al momento, la slavina non è stata fermata. Un ulteriore crollo del Pil spalancherebbe le porte alla recessione. Lo ammette il ministro dell’Economia Daniele Franco, che, intervenendo ieri l’altro al Forum Confcommercio-Ambrosetti, ha testualmente dichiarato: “Dobbiamo assolutamente evitare un’altra recessione”. Segno che il rischio c’è. Con l’aumento contestuale dell’inflazione si configurerebbe lo scenario peggiore: la temutissima stagflazione.

Ad aprile l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic) ha registrato un aumento dello 0,2 per cento su base mensile e del 6,2 per cento sul tendenziale annuo (Fonte: Istat). Possiamo aspettarci altri picchi inflattivi? I dati Istat indicano che “l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, accelera da +1,9 per cento a +2,5 per cento e quella al netto dei soli beni energetici da +2,5 per cento a +2,9 per cento”. Basandosi sulla variabile “durata del conflitto”, la Banca d’Italia (Bollettino economico n.2/2022) ha ipotizzato tre scenari per determinare l’andamento dell’inflazione nel biennio 2022-2023. Primo scenario. Più favorevole, grazie a una rapida soluzione del conflitto e a un repentino ridimensionamento delle tensioni a esso associate, nel biennio 2022-2023 l’inflazione si porterebbe, rispettivamente, al 4,0 e all’1,8 per cento. Secondo scenario. Intermedio, determinato dalla prosecuzione delle ostilità. L’inflazione si attesterebbe nel 2022 e nel 2023 rispettivamente al 5,6 e al 2,2 per cento. Terzo scenario. Quello più critico, che presuppone oltre all’allungamento della durata delle ostilità anche l’interruzione dei flussi di gas russo solo in parte compensata da altre fonti.

L’inflazione si avvicinerebbe all’8 per cento nel 2022 e scenderebbe al 2,3 l’anno successivo. La fotografia che le stime effettuate finora ci restituiscono colloca il Paese già ampiamente nel terzo scenario. Il nodo centrale resta l’approvvigionamento della materia prima energetica, in particolare del gas. A metà maggio sapremo se l’Italia continuerà a ricevere prodotto dalla Russia o se invece i rubinetti del gas verranno chiusi. La questione verte sul diktat di Mosca che obbliga i Paesi cobelligeranti a pagare in rubli, e non più in dollari o in euro, i volumi di gas acquistati. Il meccanismo di pagamento approntato da Mosca è piuttosto complicato da spiegare.

Per semplificare: l’Italia, tramite la sua Eni, intende o no corrispondere alle richieste del fornitore? Il nostro auspicio è che lo faccia e prenda le distanze dalla linea dura dei Paesi che hanno obbedito a Washington e Londra senza battere ciglio. Se è sacrosanto il diritto degli ucraini di provare a vincere la guerra, lo è altrettanto il nostro diritto a sopravvivere. E, al momento, senza il gas russo, verrebbe difficile farlo. L’attuale volume di 29 miliardi di metri cubi/anno che riceviamo dalla Russia non è, se non parzialmente, rimpiazzabile con prodotti provenienti da altre zone d’estrazione. Non solo per quantità, ma anche per qualità del gas. Si fa un bel dire, come fa il Governo, che si stanno stringendo accordi con altri Paesi. La realtà è che il calo di prodotto disponibile espone il nostro apparato industriale a un crollo di competitività.

Se i prodotti italiani vanno fuori mercato, chi li compra più? E se le manifatture chiudono, chi garantisce la coesione sociale? Mamma Europa? A tacere poi della scelta assai discutibile di predisporsi a riempire di valuta pregiata le borse delle più sanguinarie satrapie africane, le quali non userebbero il denaro italiano per fare il bene dei loro popoli ma per destabilizzare il quadro politico del continente africano, con conseguenze devastanti per i Paesi avanzati dell’Europa mediterranea. In questa follia collettiva rinunciare al gas russo sarebbe cosa alquanto bizzarra, dal momento che per primi gli ucraini si sono ben guardati dal farlo.

L’assurdo è che, guerra o non guerra, dei 700 milioni di euro giornalieri che Mosca riceve dai clienti europei a fronte del gas erogato una quota finisce nella casse di Kiev per i vantati diritti di transito dei metanodotti sul suo territorio. Non è un caso se le bombe russe abbiano colpito ogni sorta di obiettivo al suolo tranne i condotti del gas diretti in Europa. Ritornando alla domanda iniziale sull’opportunità di un nostro coinvolgimento in una guerra di lunga durata sul fronte ucraino, l’unica risposta sensata è che la partecipazione a un’estensione temporale del conflitto noi italiani non ce la possiamo permettere.