Conservatori italiani ed europei

Giorgia Meloni, nella conferenza programmatica di Fratelli d’Italia di Milano, venerdì scorso, ha posto sul tappeto una questione irrisolta, in Italia, dal Risorgimento ad oggi, e ancora in piedi nel quadro politico europeo: quella di un partito dichiaratamente conservatore.

In Italia per primo lo tentò Ruggiero Bonghi, scrittore e versatile giornalista partenopeo amico di Antonio Rosmini ad Alessandro Manzoni, il quale immaginò un partito nel quale raccogliere i custodi delle tradizioni patrie, liberali non dogmaticamente liberisti, e cattolici romani; non ebbe seguito per le resistenze pontificie a riconoscere Roma Capitale del Regno d’Italia. Scrisse anche una sorta di vite parallele, per la Gran Bretagna quelle del liberale William Ewart Gladstone e del conservatore Benjamin Disraeli, ma per capire quanto fuori asse fosse la politica italiana, basti pensare come la Destra storica liberale si riconosceva affine a William Ewart Gladstone mentre Giuseppe Garibaldi, durante il suo celebre viaggio in Gran Bretagna, venne accolto trionfalmente soprattutto dai conservatori.

Del resto, la prima iniziativa politica di Benjamin Disraeli fu un movimento romantico chiamato Giovane Inghilterra. Giorgia Meloni si richiama a Giuseppe Prezzolini, l’unico conservatore italiano del Novecento, il quale poi concluse essere difficile esserlo in Italia, visto che c’era ormai quasi nulla da conservare. Giorgia Meloni dirige al Parlamento europeo lo sparuto gruppo dei conservatori; sparuto perché troppi ritengono esserci poco ancora da conservare in un’Unione europea ancora così giovane ed in fieri. Si sbagliano, però. Ad esempio la leader di Fdi afferma occorrere un rapporto equilibrato tra legislazione supernazionale e nazionale, ma questo è nel patrimonio genetico del diritto comunitario, se si torna alle origini.

Nicola Catalano, già esperto giuridico della delegazione italiana che scrisse i Trattati di Roma del 1957 istitutivi delle Comunità economica ed Euratom, poi giudice alla Corte di giustizia, lo spigava benissimo. Era necessario integrare l’economia. Essa è una realtà mutevole nel tempo; quindi non poteva essere totalmente disciplinata nei trattati istitutivi, perché sarebbero stati presto superati e lenti da modificare, mentre la realtà economica e sociale è svelta nel mutare. Quindi si elaborò una struttura di trattati cornice, in cui si stabilirono le competenze spettanti alle Comunità. Nell’ambito di questa cornice, un sistema di atti di diritto derivato, regolamenti e direttiva, proposti dalla Commissione esecutiva, vagliati per ragioni democratiche dal Parlamento europeo, ed adottati dal Consiglio di ministri degli Stati membri competenti per materia, devono provvedere alla disciplina di dettaglio.

Tra i due diritti, nazionale e comunitario, non c’è questione di superiorità, ma di competenza per materia. Un conservatore, sul piano europeo, è uno che vuole conservare questa impostazione, la competenza per materia, e tenersi ben lontano della retorica di antistoriche superiorità od inferiorità tra diritti. In questo periodo, in cui si corre sull’orlo di un precipizio chiamato Terza guerra mondiale, però, l’Unione europea dovrebbe affrontare seriamente la questione d’una propria difesa. Qui Giorgia Meloni deve solo conservare la coerenza con sé stessa. È cresciuta, ma deve restare la ragazzina manifestante per un esercito europeo.