Lavoro e ordinamento giudiziario: due cose non riformabili

In Italia, ci sono due cose non riformabili. La prima è il (diritto del) lavoro, come dimostra la lunga e agghiacciante scia di sangue che accompagna i tentativi esperiti negli anni da uomini del calibro di Gino Giugni, Ezio Tarantelli, Marco Biagi. La seconda è (la legge su) l’ordinamento giudiziario che, sebbene una disposizione transitoria della Costituzione ne auspichi la sostituzione, è ancora lì, dopo 70 anni, bloccato da inettitudine politica e veti più o meno incrociati. Due temi sensibili che toccano i nervi scoperti di una democrazia incompiuta, incapace di affrontare e risolvere problemi ineludibili, sui quali si gioca il nostro futuro.

Nel primo caso ci hanno pensato le Brigate Rosse, disposte a uccidere pur di non allentare le ragioni di conflitto sociale; nel secondo, invece, dobbiamo ringraziare soltanto noi stessi, e, in particolare, quelli che hanno assecondato, con complice silenzio, l’esondazione del potere giudiziario e quelli che, fingendo di contrastarlo, hanno pensato soltanto a proteggere interessi personali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: qualunque tentativo di riforma che non sia scritto dall’Associazione nazionale magistrati è rispedito al mittente, come se fosse punitivo. Pensandoci bene, qualcuno dietro la lavagna per qualche oretta potremmo pure mandarlo, visti gli accadimenti degli ultimi anni. Ma non dobbiamo neppure farci ispirare (o consentire che si pensi che siamo ispirati) da intenti vendicativi.

Io vorrei una buona legge, equilibrata, destinata a durare nel tempo e – come dice la disposizione transitoria cui mi riferivo – conforme alla Costituzione. Vorrei che le cose cambiassero: non vedo alcun rischio nella separazione delle carriere o nella revisione dei criteri di valutazione (ai quali nessuno, in democrazia, può sottrarsi), se imparziali, oggettivi e attendibili. Ricordate il referendum del 1987 sulla responsabilità civile? Ricordate la logica di assegnazione degli incarichi direttivi? Ecco. Due cose, in Italia, non sono riformabili: il lavoro e l’ordinamento giudiziario.