Strategia di Draghi o del non ti curar di loro, ma guarda e passa

Non sembra che il premier Mario Draghi sia preoccupato più di tanto per le varie e sempre più frequenti esternazioni degli alleati di un Governo che lui stesso guida. Quel suo silenzio, quel suo non replicare salvo le urgenze (vedi il Superbonus), quel tacito andiamo avanti (tirèmm inànz, per dirlo alla milanese) è certamente una questione di stile ma, ovviamente, un problema squisitamente politico.

È una strategia, se vogliamo essere più precisi, ma il termine potrebbe essere fin troppo impegnativo perché ben si sa, a cominciare proprio dal premier e via via da tutti gli altri fino a Giorgia Meloni, che l’esperienza draghiana a Palazzo Chigi si pone un limite oggettivo, che avrebbe poco a che fare con impegni e termini di legislatura. Si parla addirittura di un traguardo da tagliare subito dopo l’estate. E questo finale di corsa (anticipato) è probabilmente uno dei motivi di quella che qualcuno potrebbe chiamare indifferenza, ma che invece è una sorta di leggerezza, di souplesse di cui il comportamento di Mario Draghi è l’esempio.

Intendiamoci: quando si deve parlare soprattutto di conti (e di cifre) scatta in Draghi la molla della sua più vera vocazione (e professione). Ed ecco che allora, per fare un esempio, la replica è immediata come nel caso del Superbonus bocciato staremmo per dire “sic et simpliciter”, ben immaginando le proteste del Movimento Cinque Stelle, che fa orecchie da mercante alle buone ragioni di Draghi, secondo cui con il Superbonus 110 per cento i costi sono triplicati. La bocciatura ha una valenza tanto più esplicita quanto più dichiarata e ripetuta nella seduta plenaria del Parlamento europeo, quasi che la sigla della Ue aumentasse peso e importanza di un no che, sempre a detta di Draghi, è motivato dai costi che potrebbero arrivare anche ai 26 miliardi.

Non ti curar di loro ma guarda e passa, come si diceva. Certo, bloccare il cammino di Mario Draghi è opera quanto mai ardua e ne sa qualcosa pure Matteo Salvini nei suoi vari tentativi a vuoto, come quelli pentastellati, più di propaganda che di proposte strutturali. Qualcuno ritiene che il preannunciato viaggio in Russia da Vladimir Putin si inquadri in questa logica per così dire pubblicitaria: l’averlo sospeso su pressioni, come si mormora, soprattutto di Giancarlo Giorgetti spiega un sorta di faciloneria salviniana rispetto alle ben più complesse e severe regole di Governo nei rapporti internazionali. Anche in questo caso il presidente del Consiglio ha seguito il sempre attuale proverbio del silenzio, che è d’oro.

Intanto, sulla scena della Polis ha fatto irruzione Beppe Grillo che, dopo una lunga assenza, ha detto chiaro e tondo il suo “no” (per ora, aggiungono le male lingue) all’inceneritore o termovalorizzatore nella Capitale, sempre ostacolato da Virginia Raggi ma che sta a cuore a Roberto Gualtieri. Che poi il capo supremo del M5S abbia avuto male parole contro i giornalisti come “competenti del nulla”, spacciandosi come vittima della stampa, potrebbe essere l’accompagnamento del “no” pronunciato nel Governo dai ministri pentastellati, precisando che “l’incenerire è obsoleto a prescindere”. Traducendo il tutto, sempre secondo i maligni, in un “lunga vita ai rifiuti”. Anche in questo caso la tenuta del punto da parte di Draghi è stata la conferma di una strategia non scritta, eppure sempre in auge, di un “guarda e passa” del quale erano impreparati gli alleati. Convinti che il suo fare silente fosse una tacita approvazione, per loro.