Noi stiamo con Silvio: quello del 2015

Che cosa meravigliosa sono gli archivi, dove è conservata la memoria collettiva. E che cosa stupenda è Internet, la rete, che con un clic ci consente di recuperare quella memoria, visto che noi umani siamo piuttosto sbadati, inclini a rimuovere i ricordi dalla mente. Soprattutto quando il passato è scomodo e non conviene tirarlo fuori. Accade però che qualcuno, di tanto in tanto, si faccia un esame di coscienza e rispolveri qualche vecchia carta. È ciò che ha fatto “Il Giornale” di Augusto Minzolini. La testata giornalistica, associata alla famiglia Berlusconi, dopo settimane di martellante campagna anti-russa e pro-Ucraina – scelta editoriale del tutto legittima – ha pubblicato un documento di capitale importanza per comprendere come si possa essere ipercritici con i governi occidentali senza per questo essere tacciati di stare a libro-paga del leader russo. Si tratta di una lettera che Silvio Berlusconi inviò, nel 2015, al Direttore de “Il Giornale” per stigmatizzare la scelta dei governi occidentali di disertare le celebrazioni del 70esimo anniversario della vittoria sul nazismo che si svolgevano a Mosca, sulla Piazza Rossa. L’anno precedente – il 19 gennaio 2014 – c’era stata la rivolta di Piazza Maidan a Kiev – nella versione del Cremlino: un colpo di Stato appoggiato dagli occidentali – e c’era stata l’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa.

Erano state varate le prime sanzioni economiche contro Mosca e la postura dei governi europei e del Nord America cambiava a favore dell’isolamento geopolitico ed economico del gigante euroasiatico. In tale cornice l’ex-premier italiano colloca un ragionamento di sorprendente lucidità. Il vecchio leone di Arcore, nel giudicare la scelta di isolare Vladimir Putin un grave errore prospettico, traccia uno scenario che è del tutto corrispondente alla odierna realtà. Scrive Berlusconi: “Quello che stiamo commettendo è un errore di prospettiva. Quella tribuna sulla Piazza Rossa, sulla quale di fianco a Putin siederanno il Presidente cinese, il Presidente indiano, gli altri leader dell’Asia, non certificherà l’isolamento della Russia, certificherà il fallimento dell’Occidente. Davvero pensiamo, dopo decenni di Guerra fredda, che sia una prospettiva strategica lucida quella di costringere la Russia ad isolarsi? Costringerla a scegliere l’Asia e non l’Europa? Crediamo che questo renderà il mondo un luogo più sicuro, più libero, più prospero?.

Siamo al ritrovamento della pistola fumante. Le parole di Berlusconi attribuiscono in modo inoppugnabile la causa degli eventi tragici ai quali stiamo assistendo non a un improvviso “impazzimento” del leader russo, come certe correnti del politicamente corretto vorrebbero far credere, ma a una sequenza di scelte sbagliate compiute dal fronte dei Paesi occidentali e che si sono rese evidenti già dal 2014. A voler essere precisi, le scelte sbagliate originano da un cambio di approccio al rapporto con la Russia che è data dalla prima presidenza Usa di Barack Obama, nel 2009. C’è un detto dalle nostre parti che recita: chi semina vento, raccoglie tempesta. Raramente la saggezza popolare ha offerto parole più adeguate a spiegare il comportamento dei governi occidentali negli ultimi due decenni nel trattare il dossier russo. Berlusconi lo aveva capito: sull’Ucraina bisognava trovare un compromesso sostenibile tra le ragioni di Kiev e quelle del Cremlino, “con Mosca e non contro Mosca. E invece i governi del nostro spicchio di mondo cosa hanno fatto? L’esatto contrario. Hanno lasciato che le cose degenerassero, che il livello delle provocazioni – perché sbandierare ai quattro venti il possibile ingresso dell’Ucraina nella Nato è suonata come una provocazione alle orecchie dell’inquilino del Cremlino – superasse la soglia di guardia; che gli stiracchiati accordi di Minsk divenissero carta straccia. E come se non bastasse, ancora oggi, a fronte di uno spiraglio di dialogo con cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, vero o falso che sia, apre a un negoziato di pace con Mosca, interviene a gamba tesa il segretario generale della Nato, il norvegese Jens Stoltenbergnomen omen – per dire che no, nessuna intesa sarà possibile prima della sconfitta militare della Russia.

Insomma, Putin sarà pure il diavolo che questa guerra nel cuore dell’Europa l’ha iniziata – ne avrebbe potuto e dovuto fare a meno – ma a continuarla sine die per procura, armando fino ai denti gli ucraini, siamo noi occidentali. Si asserisce che la guerra vada condotta, fino alla vittoria finale, per il nostro bene, di occidentali. E per la nostra sicurezza. Rispondiamo con una domanda che è di Berlusconi: “Ma tale sicurezza si garantisce meglio con una Federazione Russa parte integrante dell’Europa e dell’Occidente, o con una Federazione Russa asiatica, isolata e conflittuale?. Capite adesso perché, per nulla impressionati dagli insulti dei soliti idioti, che non mancano mai neppure a destra, ci sentiamo ingannati, presi in giro, da tutti coloro i quali hanno deciso di sfidare Mosca in una tragica roulette russa, usando le nostre tempie.

Possiamo dirci orfani di Putin? Certo che no, è un’insinuazione che volentieri lasciamo ai tanti imbecilli che osano farci la morale perché non siamo abbastanza solleciti nell’unirci al coro dei “Siamo-tutti-ucraini”. È, però, vero che la Russia ci manca. Ha ragione Berlusconi: piuttosto che pensare a contenerla avremmo dovuto spendere ogni energia nel cercare le soluzioni giuste per agganciare in via definitiva alla civiltà occidentale la storia, la spiritualità e la cultura russe. E neppure avremmo dovuto calcare la mano nel dare di quel grande Paese, anello di congiunzione di mondi separati (l’Occidente e l’Oriente), la sprezzante rappresentazione di un’immensa area di servizio carburanti gestita da un delinquente. Che senso ha ricacciare Mosca tra le braccia della Cina e dell’India? Per spaccare il mondo a metà? E poi? Appiattirci sull’Ucraina ci farà essere meno dipendenti dai loro prodotti, dalle loro materie prime e dalle loro risorse naturali? Ci fornirà maggiore sicurezza per il domani? Ci eviterà, che sia oggi o che sia tra cento anni non fa differenza, di finire disintegrati da una pioggia di bombe nucleari? Andò meglio ai dinosauri, almeno loro si estinsero per colpa di un asteroide. Noi, se dovessimo ritrovarci a fine corsa contro la nostra volontà, con chi ce la dovremmo prendere?

Ora è tardi per recuperare, per rimettere indietro le lancette dell’orologio, per tornare alla foto di gruppo di Pratica di Mare, posto che qualcuno lo voglia fare. Ora è tempo che gli eventi, come in una tragedia del teatro greco, facciano il loro corso. È tempo che la Storia scriva le sue pagine sanguinose. Alla fine, si farà la conta dei danni. Poi perché, oltre al capro espiatorio, non vi siano colpevoli da individuare e condannare per i disastri provocati, si rimuoverà dalla coscienza collettiva ciò che è stato. Con il solito, inutile, bugiardo, ipocrita: mai più. Invece, si dovrebbe dire la verità su quelle foto di gruppo che ritraggono i nostri odierni governanti sorridenti e soddisfatti per quel che stanno combinando in Ucraina e con l’Ucraina. Perché quelle foto, parafrasando Berlusconi, non sono una prova di forza, ma l’emblema di una nostra sconfitta.