Caso Bernardini: il professor Di Federico scomunica il Partito Radicale

“Pensiamo ai referendum”. Maurizio Turco sostiene – riguardo a questa non apparentemente simpatica storia della estromissione forzata di Rita Bernardini dal consiglio della nascitura Fondazione Marco Pannella – che “c’è un tempo per parlare e uno per stare zitti”. E lui, per ora, ha scelto di tacere. Come ha ribadito almeno due volte a Radio Radicale nella intervista domenicale delle 17. In compenso parlano altri, per esempio il professor Giuseppe Di Federico, che minaccia di non rinnovare la tessera se la Bernardini verrà “messa da parte”.

La storia, come è più o meno noto, nasce all’indomani di una nota della prefettura romana – irraggiungibile per giorni al telefono e con la pretesa di comunicare con il cittadino solo via pec, quasi che le si dovesse intimare qualcosa o farle causa – che sconsigliava di inserire la Bernardini nel cda della Fondazione Pannella, in cui conferiranno tutti i beni in precedenza posseduti dalla Lista Pannella, tra cui Radio Radicale e l’appartamento sede del partito – in via di Torre Argentina, 78 – essendo “la stessa” pregiudicata. Sia pure per una lievissima condanna a due mesi e 25 giorni di reclusione, per di più conseguenza di una delle tante dimostrazioni antiproibizioniste fatte quando Pannella era ancora vivo. E consistite nella distribuzione pubblica, previo allertamento delle forze dell’ordine, di piccoli quantitativi di cannabis sativa a scopo dimostrativo.

Di Federico sul “Riformista”, e prima di lui una nota militante radicale nonché avvocatessa di Nessuno tocchi Caino su “Il Dubbio”, se la sono presa con Turco per la mancata difesa del punto sul caso Bernardini. Visto che nessuna legge impedirebbe in realtà a una “pregiudicata” di stare nel consiglio di una Fondazione, ma solo una prassi consolidata. Che però sarebbe stata confermata da almeno una sentenza civile. Qualcuno malignamente evoca la solita guerra interna al partito, l’ennesima, che vedrebbe da una parte la Bernardini e Nessuno Tocchi Caino – di cui è presidente – e dall’altra lo stesso Turco. Qualcun altro nota che, in tempi in cui si evoca la bomba atomica ogni “due per tre”, l’atomo radicale non sembra volere rinunciare all’ennesima scissione.

Fatto sta che questa vicenda potrebbe non risultare gradita a quelle migliaia di persone che ancora, testardamente, si riconoscono nelle battaglie della galassia radicale e che almeno in parte versano pazientemente il proprio annuale obolo. La dura presa di posizione firmata Di Federico sul Riformista rischia, inoltre, di allontanare dalle urne referendarie per “disamoramento” persino i radicali duri e puri. Cosa che contribuirebbe, inevitabilmente, al “mal di quorum” annunciato.

Per questo Turco dice che adesso preferisce occuparsi di una campagna elettorale referendaria che peraltro, di fatto, è negata tanto dalla televisione privata quanto, e soprattutto, da quella pubblica. Chissà se il “parliamone dopo” sarà stata, con il senno di poi, la scelta giusta. Certo un po’ di chiarezza, anche e soprattutto dalla prefettura di Roma, sarebbe quanto mai opportuna.