Csm, nessuno mi può giudicare (nemmeno tu)

Come cantava Caterina Caselli qualche decennio fa, nessuno la poteva giudicare. Nessuno, nemmeno tu. Ma, come spesso non ci si fa caso, il giudizio, il sì o il no, andava ben oltre la deliziosa canzone, che ai tempi rimase per mesi, credo per un’intera estate, in cima sia alle vendite che agli ascolti nei juke box. Era un modo di dire. Forse anche di fare. E bisogna aggiungere che, trattandosi di canzonette, esiste da molti anni un giudice supremo che scavalca cantanti, qualità, sonorità, parole, musica e versi. È l’auditel. Apparentemente un termine tecnico. Non è avvolto in toga nera come quelli che ben conosciamo, e che non siede, come costoro, nei palazzoni da dove si manda assolti o condannati. Infine, non ha a che fare con nessun pubblico ministero o avvocato difensore, a esclusione dei consensi o dissensi del pubblico. È il giudizio della gente, del popolo, che conta, che decide. Ovvero che rende appetibile, con vendite ottime, quel prodotto.

Ed eccoci, dunque, in media res, nel cuore del problema che più meno riguarda tutti: la giustizia e coloro che la amministrano. I quali –sinteticamente chiamiamo toghe – hanno deciso di scioperare contro la riforma della ministra Marta Cartabia, che colpirebbe la loro autonomia. Un’accusa che va per la maggiore, nel senso che è stata molte volte lanciata, in genere contro governi e parlamenti. Soprattutto quando vengono elaborate leggi nel tentativo, come ha evidenziato Carlo Nordio, che è stato uno dei nostri più autorevoli magistrati, “di correggere le storture di quella autoreferenzialità che li rende incapaci di mettersi nei panni dei cittadini… molte toghe soffrono di un riflesso pavloviano. E anche se a parole ammettono che le cose vanno male, nei fatti agiscono per lasciarle come sono”.

Il punto, uno dei tanti, dirimente e certamente il più usato (qualcuno, più esperto di noi, ricorda che è il più abusato), è quello che riguarda la separazione delle carriere. Tornano così alla mente lontani ricordi dei governi di Bettino Craxi, Giulio Andreotti, Giovanni Goria e via via tutti gli altri quando, non appena veniva toccato questo problema che non a caso era chiamato punctum dolens, iniziavano le fibrillazioni e le ostilità contro le maggioranze, da parte del solito Partito Comunista italiano ma anche, e specialmente, interne alle maggioranze che governavano. E hanno un bel dire, vedi appunto e appropriatamente Carlo Nordio, che la separazione delle carriere, introdotta con il codice Vassalli, esiste in tutto il mondo ed è un sistema che funziona da secoli. Ma la suprema corte (è proprio il caso di definire così anche una Associazione), l’Anm appunto, non è d’accordo: ha detto di no, ha posto il veto.

Altro punto dolente è l’introduzione delle valutazioni tramite pagelle che, tra l’altro, non riguardano le sentenze ma semmai certe iniziative dei pm. Per cui “è giusto valutare quante inchieste siano state imbastite, magari con costi altissimi di denaro, sofferenze e dispersioni di energie, senza ragioni plausibili o per motivi discutibili”. Del resto, è ben noto il pensiero inconfondibilmente giacobino di un ex pm (ai tempi di Tangentopoli) finito in Cassazione secondo il quale non si dovrebbe parlare di innocenti assolti ma di colpevoli non scoperti. Non pochi e autorevolissimi giuristi hanno definito questo sciopero illegittimo e inopportuno, mentre l’Associazione nazionale magistrati sostiene, al contrario, che così intende farsi capire dai cittadini. I quali, invero, hanno capito questo e altro.

Resta infatti da chiederci, senza alcun velo demagogico, se i cittadini siano soddisfatti, ad esempio, della “politicizzazione del Csm e delle baratterie correntizie, dell’invasività delle intercettazioni, dell’abuso della carcerazione preventiva e delle centinaia di inchieste farlocche che rovinano vite, patrimoni, carriere”. Parole sante. Purché non le tolga di mezzo il vento del nuovo che avanza. E che governa.