Finlandia e Svezia nella Nato?

Le richieste di Svezia e Finlandia di entrare nella Nato aprono un fronte di discussione nient’affatto peregrino all’interno del blocco dei Paesi occidentali. È vero: siamo in guerra. E in tempi eccezionali occorre prendere decisioni fuori dell’ordinaria amministrazione. Tuttavia, è proprio in tali momenti che il buonsenso e la prudenza non debbono abbandonare i decisori politici. Non è il tempo degli isterismi. Scelte precipitate per soddisfare impulsi irrazionali raramente conducono a esiti favorevoli. Sta accadendo con le sanzioni comminate alla Russia. In attesa che annichiliscano il Cremlino, stanno mettendo in ginocchio le economie europee, e la nostra particolarmente. Perciò, prima di schierarsi a favore o contro la richiesta d’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, dobbiamo provare a rispondere alla domanda posta da Matteo Salvini: portare i confini della Nato ai confini con la Russia avvicina la pace o allontana la pace?

Per quel che è dato sapere delle traiettorie della geopolitica in un picco di crisi tra Occidente e Federazione Russa, l’allargamento non è, al momento, nell’interesse dell’Alleanza transatlantica nel suo complesso, ma soddisfa le aspettative di alcuni individuati Paesi membri. Basta guardare la carta geografica per comprendere la realtà. La distanza che corre tra Helsinki e San Pietroburgo è di 299 chilometri, pressappoco la medesima distanza che separa Roma da Ancona. Immaginate cosa accadrebbe se, presso l’opinione pubblica russa, si diffondesse la notizia dell’installazione di una base missilistica Nato nei dintorni della capitale finlandese. Una dura reazione di Mosca sarebbe inevitabile. Non a caso, dal Cremlino hanno fatto sapere di non aver alcuna preoccupazione per l’eventuale ingresso dei due vicini nell’Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord, a patto però che non si proceda alla collocazione di basi missilistiche nei due Stati finora rimasti neutrali. D’altro canto, Vladimir Putin ha scatenato il conflitto con l’Ucraina prendendo a pretesto proprio l’intenzione di Kiev di chiedere di essere ammessa all’interno della Nato.

Torniamo alla domanda iniziale: conviene o no forzare la mano con la controparte russa nel momento di maggiore crisi nelle relazioni tra i due blocchi? Si obietta: inglobare Svezia e Finlandia in un’alleanza a scopo difensivo spingerà il Cremlino a cercare la pace attraverso la via negoziale. E se così non fosse? Se fosse vero il contrario? L’unico dato di certezza sul quale imbastire una previsione è quello della crisi ucraina: l’inasprirsi della posizione occidentale ha alzato e non abbassato il livello dello scontro con Mosca. Perché con Helsinki e Stoccolma dovrebbe essere diverso? È, per altri versi, il medesimo dilemma che affligge il decisore politico italiano sulla questione dell’invio delle armi pesanti a Kiev: sistemi d’arma più performanti avvicinano o allontanano la pace? I favorevoli all’ingresso dei due Paesi scandinavi la mettono sul piano della solidarietà. A sentirli, dovremmo farci carico senza indugi del grido d’allarme delle due nazioni storicamente neutrali che, dopo gli eventi ucraini, chiedono di essere poste sotto l’ombrello nucleare della Nato perché si sentono minacciate dall’arroganza di Mosca. Per carità di patria rispondiamo che è meglio lasciare da parte l’argomento della solidarietà, giacché sia la Svezia sia la Finlandia, da Paesi membri dell’Unione europea, se ne sono impipati delle ripetute richieste d’aiuto lanciate dall’Italia sulla questione dell’accoglienza degli immigrati clandestini provenienti dalle coste del Nordafrica. Guardando all’interesse nazionale, dovremmo nutrire qualche preoccupazione per il fatto che un rafforzamento della Nato nel Nord Europa potrebbe corrispondere a un suo indebolimento nel quadrante mediterraneo. Quindi, la domanda giusta da porre è: quali garanzie riceviamo dagli altri partner, in particolare dagli Stati Uniti, perché l’ingresso di Svezia e Finlandia non sposti il baricentro dell’Organizzazione nel Mar Baltico in danno dei nostri interessi nel Mare Nostrum?

Di là dalla complessità delle problematiche strategiche e geopolitiche, esiste tuttavia una difficoltà che complica la posizione italiana in questo tornante della Storia. In una Repubblica parlamentare le scelte, destinate a favorire la nascita di un nuovo ordine internazionale o a determinarne lo spostamento dell’asse di potere in vista di un cambio di equilibri geostrategici consolidati, passano per la discussione e il voto dell’organo costituzionale che incarna la sovranità popolare: il Parlamento. È sacrosanto, dunque, che gli argomenti più scottanti dispiegati sul tavolo della crisi vengano approfonditi e decisi in sede parlamentare. Nel caso specifico dell’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, il Governo farebbe bene ad attendere la decisione dell’organo legislativo prima d’impegnare con proprie iniziative e prese di posizione la volontà del rappresentante del “sovrano”. Purtroppo, il guaio è che in Italia ci ritroviamo, nell’ora più difficile, a non avere un Parlamento che rispecchi la volontà popolare. Si è trattato di un piccolo capolavoro (in negativo) dell’inquilino del Quirinale che ha inventato l’impossibile pur di non darla vinta al centrodestra.

Al contrario di quanto succede in tutti i Paesi democratici, in Italia la parola “elezioni” è tabù. Eppure, in un frangente come questo un Parlamento sostanzialmente – ma non formalmente – delegittimato dovrebbe essere sciolto e sostituito con un altro più coerente con gli orientamenti espressi dal corpo elettorale. Soltanto una maggioranza che rispecchi per grandi linee l’indicazione data dalla maggioranza degli elettori dovrebbe essere chiamata ad assumere le scelte epocali che ci attendono. Come può dire sì, o no, all’ingresso di due Stati nella Nato – decisione di portata storica – un partito del tipo del Cinque Stelle che, pur essendo quasi del tutto scomparso dal gradimento degli italiani, continua ad avere voce in capitolo nell’azione di Governo, tenendo di frequente sotto scacco Mario Draghi? Non potrebbe, ma accade. E questo è un vulnus per la nostra democrazia. Volendo, vi si potrebbe porre rimedio.

Da più parti circola la voce che Draghi sarebbe stanco di farsi logorare dai suoi danti causa e perciò starebbe meditando di anticipare l’approvazione del bilancio 2023 all’estate per andare in autunno, interrotta la legislatura prima della scadenza naturale, all’elezione del nuovo Parlamento. Sarebbe un’ottima soluzione per porre fine a uno stillicidio tra forze politiche che dovrebbero parlare con una sola voce e che, invece, si fanno la guerra su tutto per poco commendevoli interessi di bottega. Nella realtà, ciò non avverrà per l’ostinata difesa dello status quo approntata dal Quirinale contro ogni tentativo di dare la parola agli italiani. Sarà ancora una volta un Parlamento che non rappresenta altro che gli egoismi dei suoi membri a prendere decisioni che contribuiranno a cambiare non soltanto la storia del mondo, ma che influenzeranno pesantemente il futuro della nazione. Tutto ciò appare profondamente ingiusto. E sbagliato. Possibile che non freghi niente a nessuno di cosa pensi, e voglia, la gente? Possibile che, per evitare il peggio, si debba pregare perché un dittatore della stazza del turco Recep Tayyip Erdoğan ci tolga le castagne dal fuoco ponendo il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato? Possibilissimo, se nella stanza dei bottoni staziona una classe dirigente mancante in peso e in misura.