I “pigri pregiudizi”, il Mezzogiorno e una condizione che permane

Ha proprio ragione il presidente del Consiglio, intervenuto al forum Verso Sud, promosso dalla ministra Mara Carfagna. È arrivato il momento che il Mezzogiorno d’Italia si liberi dei tanti “pigri pregiudizi” che lo hanno accompagnato nel corso delle ultime decadi. Ma quali? Ad esempio, è un “pigro pregiudizio” quello che afferma che le politiche di coesione non hanno funzionato? L’evidenza è ormai molto ampia e, per quanto ci si sforzi, è difficile arrivare a un qualche risultato – robusto, solido – che dica con chiarezza: sì, sono stati soldi spesi bene. Al contrario, tutto lascia supporre che l’architettura di quelle politiche sia fragile. E, ciò nonostante, si tratta di risorse notevoli.

Al lordo del cofinanziamento parliamo di risorse non poi così diverse da quelle messe in campo dal programma Next Generation Eu. Stiamo parlando di un terzo del bilancio europeo, per il cui utilizzo dubito seriamente che l’Europa possa essere soddisfatta (con la sola eccezione, forse, dei Paesi dell’Est europeo) mentre, nel caso italiano, si può affermare, senza tema di smentita, che si è trattato di risorse semplicemente sprecate. E non ci si è fermati nemmeno un attimo a domandarsi se c’erano modalità alternative più efficaci e più efficienti e, se in realtà, ciò che stava accadendo forse ci segnalava che qualcosa non andava.

Ed è forse un pigro pregiudizio quello che segnala come, nel caso del Mezzogiorno, ci siano almeno un paio di aspetti di fondo delle politiche di coesione che ne minano il fondamento? Primo: le Regioni. Il Mezzogiorno è una enorme regione che vale un terzo del Paese e i cui problemi sono, senza eccezioni, interregionali. Pensare che i problemi del Mezzogiorno siano pugliesi, o calabresi, o peggio baresi o napoletani, o peggio ancora, di questo quartiere di Napoli, o di questo quartiere di Bari, è risibile e significa non aver mai messo piede nel Mezzogiorno. Secondo: il partenariato. Una modalità di rara efficacia per trasportare nelle decisioni pubbliche – che, per quanto possibile, dovrebbero essere astratte dagli interessi particolari – gli interessi minuti delle categorie e dei gruppi di pressione più o meno legittimi.

Perché da 25 anni teniamo in vita politiche inefficaci e inefficienti? Perché tutti i ministri competenti si schierano, sempre e comunque, a favore delle politiche di coesione? Perché ogni tentativo di dare un orizzonte diverso al Mezzogiorno – il Mediterraneo del Nord, come mi era capitato di scrivere vent’anni fa – si è sempre mestamente arenato? Chi volesse dare una risposta rifletta sul ruolo delle Regioni meridionali (fra le più inefficienti d’Europa) e del partenariato. Il Pnrr contiene in potenza non poche possibilità per ovviare a questi problemi. Ma perché vengano utilizzate appieno è necessario riconoscere i problemi meridionali per quello che sono. E dar loro i loro nomi.

In non poche occasioni il presidente del Consiglio ha saputo segnalare – con franchezza insolita nel caso italiano – i limiti, se non proprio i guasti, provocati da politiche errate nel disegno e nella attuazione. Temo che sul Mezzogiorno abbia non solo perso una buona occasione, ma soprattutto abbia contribuito a mantenere il Mezzogiorno nello stato in cui è. Peccato.

(*) Consigliere di Amministrazione dell’Istituto Bruno Leoni