La magistratura rovinata dal ’68

“A noi magistrati ci ha rovinato il ’68”. Citando l’Alberto Sordi del film “Gastone”, liberamente ispirato all’Ettore Petrolini dei varietà degli anni Venti, quello dell’“a me m’ha rovinato la guera”, si potrebbe agilmente e sinteticamente raccontare il male oscuro delle toghe italiane da un cinquantennio a questa parte. L’utopia ideologica del “sociologizzare il mondo” ha prodotto sconquassi inenarrabili. Nulla è stato più come prima. Specie con l’analisi sociologica tarata sul giustificazionismo della criminalità e del terrorismo. Salvo poi, alle brutte, ricorrere a misure pratiche da Stato totalitario (vedi 41 bis e dintorni).

Questa mistura di buonismo deresponsabilizzante per il singolo, sempre trasformato in un “caso” e di forcaiolismo antipolitico, con colpa data alla “società”, è stata l’essenza stessa del ’68 all’italiana, non a caso sfociato nella parabola delle Brigate Rosse. Un’essenza del tutto autoritaria e per niente libertaria. I magistrati – che pure avevano pagato il loro alto prezzo di sangue nella lotta al terrorismo e in seguito alla mafia – divinizzarono i caduti ad usum delphini dell’Anm (Associazione nazionale magistrati) e della corporazione senza che esistesse, necessariamente, un nesso tra chi era morto per fare il proprio dovere e chi aveva invece fatto carriera, riempiendosi la bocca della retorica fatta su chi era stato assassinato. Inoltre, proprio negli anni in cui nacquero le prime organizzazioni armate in Italia, buona parte della magistratura caratterizzata a sinistra o all’estrema sinistra cominciò a teorizzare che la giurisdizione potesse essere un modo come un altro per fare la rivoluzione in Italia. Chi non ricorda i pretori d’assalto e quelli che firmavano manifesti rivoluzionari?

Poi, dopo l’esplosione della follia brigatista, i più fecero marcia indietro sponsorizzando anzi le misure meno costituzionali, almeno all’epoca, dal pentitismo al carcere duro fino agli ergastoli ostativi. Dopo la fine del terrorismo il “booster” a questa visione sociologizzante del fare giustizia – che intanto provocava migliaia di effetti collaterali che possiamo definire “errori giudiziari” ogni anno che Dio ha mandato in terra – venne dalla lotta alla mafia. Anche in questo caso si è scelta la scuola del fine che giustifica i mezzi. Che poi verrà usato dall’inizio degli anni ’90 anche con il pretesto della lotta alla corruzione: da “Mani pulite” in poi.

Oggi, a cinquanta e passa anni dal ’68 e dopo un carosello di guerre interne tra politica e giustizia e tra magistrati e rappresentanti eletti dal popolo, che cosa è rimasto se non questo ammasso di macerie che è la giustizia italiana? Il problema, forse, è che non basta nemmeno riformare le leggi. E forse neanche proporre referendum, peraltro sacrosanti e dolosamente nascosti dall’informazione pubblica e privata televisiva, che agisce ormai come una burocrazia conformista e para-repressiva. Da cambiare, infatti, sarebbero le mentalità di chi crede che i pm e i giudici abbiano il compito di cambiare la società e in genere il mondo, invece che applicare le leggi esistenti pro tempore, salvo la possibilità di chiederne la incostituzionalità. Alle toghe che scioperano andrebbe anche proposto un compromesso. Ad esempio, sulla separazione delle carriere che tanto spaventa: come vietare solo che un pm diventi giudice, ma non il contrario. Perché, nonostante tutto, chi è stato un buon giudice difficilmente sarà in seguito un pm forcaiolo. Mentre, palesemente, non è affatto probabile che sia vero il contrario.