Le allegre comari di Arcore

Ma che male ha fatto Silvio Berlusconi per meritare una classe dirigente forzista tanto inetta? Per anni ci siamo intestarditi nel rappresentare l’anziano leader appellandolo “il vecchio leone di Arcore”. Dopo le ultime prodezze dei “colonnelli” e delle “generalesse” di Forza Italia l’immagine del re della foresta scolorisce lasciando che ne affiori una diversa, in chiaroscuro: un “ciabattino” costretto, nonostante l’età e gli acciacchi, a ritornare al suo banchetto di lavoro per colpa dei rissosi eredi che ne stanno sperperando il patrimonio costruito in anni di duro lavoro. Quale altro significato dare a quel “sarò di nuovo in campo con voi”, pronunciato dal palco della convention forzista alla Mostra d’Oltremare di Napoli?

Berlusconi Silvio: imprenditore e politico, classe 1936, richiamato in servizio per tirare la carretta del suo sgangherato partito. Un sospiro di sollievo per tutti in Forza Italia perché, parliamoci chiaro, senza di lui dov’è che vanno questi qui, i sedicenti eredi? Da soli non ci sanno stare. E non ci possono stare. Essendo stati allevati – ahimè Silvio, questa è anche colpa tua – non da classe dirigente cresciuta dal basso, dalla base del partito, e forgiata nella pratica quotidiana della lotta politica, ma da cortigiani ammessi agli ozi domestici del sovrano, costoro sono stati abituati ad avere la minestra servita in tavola. Naturalmente non parliamo di tutti loro: vi sono state lodevoli eccezioni. Tuttavia, descriviamo un clima nel quale gli strumenti di lotta sono quelli tipici del “Palazzo”: pugnali, veleni, trame diffamatorie, delazioni, tradimenti. È poi inevitabile, date le premesse, che la dialettica interna finisca per essere un combattimento di wrestling disputato a colpi di stracci accuratamente intinti nel liquame.

Il coordinatore nazionale Antonio Tajani, piccato per le insinuazioni dei media sulle evidenti spaccature nel partito, ha reagito dicendo: Forza Italia non è una caserma. D’accordo. Ma, aggiungiamo noi, neanche un casino, nonostante più di un indizio farebbe propendere per tale possibilità. Di diverso dal marasma che regna in quasi tutte le altre forze partitiche c’è solo che in Forza Italia la disparità di genere sia stata ribaltata a favore delle donne. Già, perché lo scontro a cui si assiste tra i berlusconiani è principalmente guerra di potere tra aspiranti reginette del ballo in una balera di periferia. Quando le donne assurgono a ruoli di alta amministrazione, nel pubblico e nel privato, infrangono il soffitto di cristallo che, invisibilmente, ne ostruisce la progressione di carriera fino al vertice. Mariastella Gelmini, Mara Carfagna, Licia Ronzulli e alcune altre “big” quel soffitto lo hanno infranto. E pure qualcos’altro. Litigano, provano a farsi le scarpe, per cosa? Lo hanno compreso o no che l’eredità del “ciabattino” è bella che andata? Il lascito di cui parliamo è fatto di consenso elettorale. Il grosso è volato via quando il leader di Forza Italia, dimidiato dall’accanimento giudiziario e da una folle legge – la “Severino” – concepita per espungerlo dalla scena politica, ha cominciato a sbandare dalla linea di granitica fermezza nello stare, da forza moderata, all’interno del perimetro ampio della destra.

Gli innamoramenti innaturali per la sinistra hanno fatto scappare il tradizionale elettorato forzista abituato al “guerriero” Berlusconi, campione indomito di anticomunismo e nemico giurato dei radical chic. Le sussiegose dame e gli affettati gentiluomini della corte di Arcore – in verità, non più frequentata come un tempo – proprio non lo perdono il vizietto dell’inganno. Sperano di ripetersi: farsi rieleggere alle prossime Politiche con i voti della destra per andarsi a spendere, un minuto dopo, a sinistra. Se davvero sono convinti che Mario Draghi sia il dio in terra, che il sinistrorso Carlo Calenda abbia le chiavi del paradiso dei liberali e che Matteo Renzi sia un amico caro che qualche volta sbaglia, a chi aspettano per trasferirsi armi e bagagli dall’altra parte?

Del resto, non sarebbe un inedito. Negli anni, sono stati in tanti, eletti a destra, a scoprire il nuovo cammino di Santiago di Compostela. A voler scimmiottare gli esoterici, lo si potrebbe definire il percorso di transizione che l’uomo compie passando dalle tenebre dell’ignoranza (a destra) verso la luce della Conoscenza (a sinistra). Ma nel verso del tramonto: dall’Oriente all’Occidente degli emicicli parlamentari. Con in più il beneficio tutto umano di qualche poltrona ministeriale, di qualche strapuntino nel sottobosco governativo, di qualche presidenza di Ente, disseminati lungo il percorso di palingenesi morale, perché anche la via iniziatica verso la Vera Luce ammette che ci si ristori un po’ durante il viaggio. Silvio il “ciabattino” queste cose le ha capite. Perciò, è tornato al suo bischetto a risuolare una ciabatta sfondata. Lo ha detto chiaro dalla tribuna di Napoli: Forza Italia non sta nel centrodestra, è il centrodestra. Tradotto: non si va da nessuna parte che non sia con gli alleati storici della destra sovranista e conservatrice. Liberali sì, ora e sempre, ma non liberal alla maniera dei progressisti americani che stanno facendo disastri dall’altra parte dell’Oceano Atlantico.

È dunque stupido che si tenti lo sgambetto al capo, come l’altro giorno, con Mariastella Gelmini e la surreale accusa, rivolta a Berlusconi, di ambiguità sulla linea atlantista del partito in relazione alla crisi russo-ucraina. Signora Gelmini, che fa? Ci prova anche lei con la storia delle relazioni pericolose berlusconiane con l’amico Vladimir (Putin)? Certo, la collega Licia Ronzulli le ha fatto uno sgarbo nel sottrarle la corona di reginetta di Forza Italia in Lombardia, ma non è il caso di prendersela a questo modo. E poi, il bue che dà del cornuto all’asino. Lei contesta il metodo spiccio con il quale è stato defenestrato il coordinatore forzista lombardo, Massimiliano Salini, prontamente sostituito da Licia Ronzulli. Ma di cosa si meraviglia? Glielo ha spiattellato in diretta televisiva il suo collega di partito Alessandro Cattaneo, che quei metodi sono gli stessi che hanno portato lei a fare il coordinatore regionale, il capogruppo parlamentare e più volte il ministro.

Cari dirigenti di Forza Italia, piuttosto che accapigliarvi sulla tolda del Titanic, preoccupatevi dell’iceberg che sta per travolgervi. Fuori dalla vostra zona di comfort, satura di autoreferenzialità, imperversa una realtà estranea alle bandiere forziste che garriscono al vento, in quel di Napoli, al passaggio del vecchio leader. Berlusconi, sempre il solito ottimista, quello del sole in tasca, ha cercato di tirare un po’ su il morale dei presenti alla convention affermando: “Il nostro buon Governo nei Comuni sarà il biglietto da visita del centrodestra alle prossime elezioni Politiche e mi auguro di vedere sventolare sui comuni la bandiera di Forza Italia”. E su quali Municipi, visto che in Campania il simbolo di Forza Italia non compare in nessuno dei sette Comuni del napoletano con più di 15mila abitanti chiamati al voto delle Amministrative il prossimo 12 giugno? I cosiddetti quadri locali, che con sarcasmo tutto partenopeo parlano di “battuta d’arresto” del partito, si sono dovuti infilare nell’anonimato delle liste civiche per sperare di essere eletti.

E ancora state a discutere su dove si debba collocare Forza Italia nel caso in cui Silvio Berlusconi cambiasse idea e decidesse di concedersi una pluriennale vacanza all’estero in una località esotica dove però i cellulari non prendono? Ma abbiate rispetto per gli elettori e maggiore contegno nelle vostre esternazioni pubbliche. Perché c’è un popolo di destra, al quale a pieno titolo appartiene la componente liberale, che un tale teatrino non lo merita, dopo trent’anni di commovente fedeltà al leader e di encomiabile attaccamento all’ideale.