Aborto, dopo mezzo secolo arriva la rivincita pro-life

Alla fine, dopo cinquant’anni di culture war, i conservatori americani sono riusciti a trovare il loro “Sacro Graal”: con una maggioranza di 6 giudici contro 3, la Corte Suprema ha infatti annullato la sentenza Roe vs. Wade del 1971, che riconosceva il diritto “assoluto” all’aborto a livello federale, impedendo ai singoli Stati di legiferare in merito. Quella del 1971, in realtà, era una sentenza che non stava in piedi, qualunque sia la propria opinione su un tema tanto controverso: il diritto ad abortire, infatti, era stato fatto discendere da un presunto “diritto alla privacy” garantito dal 14° emendamento (che in realtà si occupa di “giusto processo”: due process law). Una forzatura giuridica, insomma, a cui per mezzo secolo il movimento pro-life ha tentato di opporsi. Senza alcun successo. E che il movimento pro-choice ha ritenuto, a torto, essere immutabile.

Ci sono voluti i tre giudici nominati da Donald J. Trump (un presidente che in tutta la propria vita non si è mai distinto per particolari inclinazioni pro-life), per spostare gli equilibri politici della Corte e ribaltare la situazione. Non è bastato il clamoroso leak di qualche settimana fa (che ha anticipato le motivazioni della sentenza, scritte dal giudice Samuel Alito), né la sollevazione popolare del fronte abortista, né gli appelli disperati dei media mainstream, né il tentato omicidio nei confronti del giudice conservatore Brett Kavanaugh (praticamente ignorato dagli stessi media), per cambiare lo stato delle cose. Con la sentenza Dobbs vs. Jackson del 24 giugno, Roe vs. Wade è ormai diventato storia. E la palla è tornata ai suoi legittimi proprietari: i singoli cittadini di ogni singolo stato.

Sì, perché la questione, malgrado la furia e il catastrofismo della sinistra (non solo statunitense), non è affatto chiusa. La Corte Suprema, infatti, non ha genericamente “vietato l’aborto”, ma si è limitata – con un ragionamento logico-giuridico ineccepibile – a negare l’esistenza di un “diritto all’aborto” protetto dalla Costituzione. In pratica obbligando gli Stati a dotarsi di una legislazione autonoma in merito. Adesso la battaglia si sposta su un piano squisitamente politico, in cui le due fazioni in lotta (e magari anche una fazione “moderata” che non accetta massimalisti su una questione tanto delicata), dovranno convincere i cittadini a sposare le proprie tesi. Alcune assemblee legislative si sono già mosse – soprattutto negli Stati a maggioranza conservatrice – ma le assemblee legislative non sono eterne e possono essere cambiate, con il tempo e con il voto. Si chiama, guarda un po’, democrazia.

Non è assolutamente nostra intenzione quella di addentrarci nel merito di un tema tanto complesso, che divide le coscienze e scorre trasversalmente negli schieramenti politici. Ma ci preme sottolineare un paio di punti che sono stati allegramente trascurati, soprattutto dai commentatori del nostro Paese, tutti impegnati a strillare contro gli americani bigotti e cattivi.

Per prima cosa, la vittoria (temporanea) del movimento pro-life dovrebbe essere d’insegnamento a chi vuole fare politica, ad ogni livello: penso soprattutto al nostro centrodestra, reduce da un disastroso turno di ballottaggi alle Amministrative. La destra americana, che ha sempre visto Roe vs. Wade come una solenne ingiustizia e un esempio macroscopico di judicial activism da parte della sinistra, ha preparato la propria rivincita soprattutto sul piano squisitamente culturale: dando vita nel tempo ad un network di pensatori, giuristi ed attivisti pro-life che non hanno mai perso di vista il proprio obiettivo primario, senza avere il timore di andare contro il flusso dominante del pensiero unico progressista. Comunque la si pensi, non si può non rimanere colpiti da tanta dedizione, pazienza e costanza. Altro che mezzo secolo, in Italia gli anti-abortisti si sono arresi dopo sette secondi.

Poi non si può non sottolineare come, con la fine di Roe vs. Wade, gli Stati Uniti non si siano affatto trasformati nella versione occidentale dell’Arabia Saudita, abbracciando una legislazione oscurantista e punitiva delle donne, come cercano di raccontarci i media tradizionali. Al contrario, era lo status quo precedente a collocare gli Usa insieme alla scomoda compagnia delle pochissime nazioni (come la Cina e la Corea del Nord) in cui l’aborto è libero in qualsiasi fase della gravidanza, mentre nel resto del mondo – per esempio in Europa – ci sono limiti precisi a questo “diritto” che cambiano tenendo conto delle tradizioni e delle attitudini culturali di ogni singolo Paese. Proprio come dovrebbe accadere in futuro per i singoli Stati dell’Unione.

Infine, una notazione di cronaca politica. Nel lungo termine la decisione della Corte Suprema è una benedizione per il Partito repubblicano, ma anche una possibile maledizione nel medio e breve periodo. A parte la reazione isterica dei media, scontata ma non per questo da sottovalutare, aspettiamoci proteste di massa nelle più grandi città americane (che, una volta diventate violente, non verranno certo trattate con l’attenzione del “tentativo di golpe” del 6 gennaio) e una fenomenale mobilitazione da parte del mondo progressista in vista delle elezioni di mid-term. Elezioni che fino a qualche giorno fa, secondo tutti gli analisti, il Gop era destinato a vincere a causa del crollo di popolarità di Joe Biden, dell’inflazione galoppante e della crisi migratoria al confine con il Messico. Ora la cancellazione di Roe vs. Wade potrebbe rimettere tutto in discussione, alzando a dismisura il livello di coinvolgimento dell’elettorato di sinistra e potenzialmente allontanando gli elettori indipendenti dal Partito repubblicano. Il voto di novembre diventa, insomma, un passaggio politico decisivo per il futuro degli Stati Uniti. Forse il più importante negli ultimi decenni della storia occidentale.