Giggino va piano

Nell’autunno di vent’anni fa, ad Amburgo qualcuno ebbe un’idea eccellente: pasta italiana cucinata sul momento da cuochi un po’ giocolieri che si esibivano come in uno spettacolo. Aprivano una scatoletta di cartone con una porzione del tipo di pasta preferito dal cliente, poi la cucinavano in padelle scenografiche, sapientemente illuminate, aggiungendo gli ingredienti personalizzati che facevano del primo piatto all’italiana una specie di opera d’arte unica e su misura.

Nacque una catena che si chiama Vapiano, esibisce il vecchio detto del sano e lontano per dimostrare un’italianità di fatto strumentale. I ristoranti si sono moltiplicati in Germania, ma anche in Austria, in Polonia e non solo.

Sui tavoli, un po’ comunitari, ma chic, piantine di basilico e condimenti utilizzabili per completare il capolavoro, il cui sapore è sempre stato ottimo, ma con quel nonsoché di poco italiano che agli italiani è sempre piaciuto moltissimo. E, naturalmente, anche agli altri.

Da tempo, però, il mondo ha deciso di alzare i prezzi abbassando i servizi e ha usato il gioco dell’assuefazione: Vapiano è un fulgido esempio di azienda che per risparmiare ha eliminato gran parte dei motivi per cui la gente ci andava. Sono spariti molti banchi delle ordinazioni, e soprattutto i cuochi superstar: fine dello spettacolo, e il fai-da-te con touch screen per le ordinazioni livella la magica catena spaghettara ai fast food più banali.

Gli chef, poi, si dividono fra cassa e fusilli, e quando non cuociono rispondono alle domande di chi è in difficoltà con questi totem non sempre facili da usare. Il tono è quello di chi colpevolizza strisciantemente il poveraccio, il cui sogno diventa quello di ubbidire, imparare e smettere di disturbare il cuocassiere, il quale ha altro da fare.

Ma i trucchi psicologici sono infiniti: dopo aver pagato acqua e bibite come colate d’oro il barista (non solo qui) chiede se il cliente voglia persino il bicchiere e, a fronte di due bottiglie, sconsiglia con occhi di sfida a chiederne addirittura due: non si ha più diritto a nulla, specie se abbiamo già pagato.

Secondo scenario, hotel quattro stelle. Asciugamani cambiati raramente, come nelle pensioni economiche: ma la gestione blasonata lo fa per il pianeta, e colpevolizza il cliente che pretende di far piangere Greta solo perché ha una Visa Gold. Sembrano tutte gag, ma la psicologia dimostra che una percentuale di masochismo presente in tutti noi si intreccia con la voglia di migliorare se stessi, ubbidendo, in casi come questi, agli ordini del burattinaio di turno. Stoccolma non è solo una città.

Poi i clienti tornano, e tornano anche i conti: la neo-multinazionale riesce a far accettare come inevitabile la riduzione del personale, rito a cui la clientela deve collaborare, pena sentirsi psico-tecnologicamente indietro.

Si chiama assuefazione, e galoppa a velocità sempre maggiore, non consentendo di ragionare e costringendo ad inseguire.

Il mondo regredisce omogeneamente, difficile fuggire per trovare terre esenti dal falso progresso condito con led colorati ipnotizzanti.

Terzo scenario: Luigi Di Maio e Giuseppe Conte dividono l’opinione pubblica, che, senza rendersene conto, parteggia per l’uno o per l’altro, giudicando esclusivamente le furberie e i colpi sapientemente bassi, come in un combattimento di quartieraccio fra non tesserati. Prevale “Giggino”, anche se qualcuno ha nostalgia della pochette che da prestanome si era trovata improvvisamente presidente dell’Italia di coronavirati e segregati.

La stessa assuefazione dei paninari e dei pastai funziona per la politica: le due tifoserie esaltano solo il combattimento, e nessuno si è mai chiesto se almeno uno dei due contendenti abbia mai fatto qualcosa per l’Italia, oltre che per se stesso e per i propri amichetti consorziati.

Dunque, identico meccanismo: è normale servirsi da soli e pagare di più, è normale pagare le tasse e avere il voto come un diritto che non coinvolge minimamente chi lo esercita, ma solo ed esclusivamente gli eletti. I quali anche in passato hanno sempre privilegiato i propri interessi, ma ora non si pongono più neanche il problema, e sono solo circenses, in quel dualismo latino in cui il pane è sempre più raro e ci si nutre di spettacoli.