Divide et impera

Più indizi fanno una prova. La costruzione di un partito di Mario Draghi senza Draghi ha iniziato il suo corso. L’obiettivo è di non far vincere le elezioni politiche al centrodestra. Nei giorni scorsi avevo scritto un articolo nel quale avevo messo il punto di domanda (partito di Draghi, senza Draghi?) perché avevo la netta sensazione che ci fosse lo zampino del premier nella scissione dei Cinque Stelle. La poltrona di presidente del Consiglio dei ministri cambia chi ci arriva senza alcuna legittimazione politica.

È già successo con Lamberto Dini, con Mario Monti e adesso si ripropone con Mario Draghi. Assumono l’alta funzione dichiarando “lo spirito di servizio” quasi come un sacrificio, ma appena assaporano il potere fanno di tutto per mantenerlo. Li accomuna, inoltre, la facile irritazione quando subiscono delle critiche al loro operato. Indimenticabile l’affermazione di Draghi: “Un lavoro me lo trovo da solo”. Si sentono indispensabili.

Sono stati definiti, con una orribile espressione, “riserve della Repubblica”. Gli ultimi presidenti della Repubblica, sfruttando la pochezza della classe politica della seconda Repubblica, hanno sfruttato la loro debolezza nominando personalità che di fatto hanno governato per interposta persona o suscettibili di essere politicamente influenzabili. Sempre senza alcuna legittimazione di un voto popolare.

Il voto per chi risiede al Quirinale è un fastidioso rito. Votare è sempre l’estrema ratio. C’è sempre “una opportuna emergenza” che giustifica il differimento della prova democratica. Il nuovo messia è Mario Draghi. Può il popolo bue esprimere un voto che ne possa mettere in discussione il suo essere indispensabile? La risposta è cento volte sì!

Ha ragione Giorgia Meloni quando chiede le elezioni anticipate. Non bisogna dare il tempo alla nomenclatura di predisporre il campo minato contro la coalizione di centrodestra. Forza Italia e Lega devono comprendere che essere responsabili nelle condizioni date è “fare l’amico del giaguaro”!