Quirinale silente ma non assente

Deve essere proprio nel suo stile quello di esserci e di non apparire o, se si vuole, di conservare il silenzio che, tuttavia, non è mai segno di assenza.

Si parla del Quirinale e del suo ospite illustre nel quadro di una politica che in questi giorni ha inferto colpi di maglio ad un già traballante governo.

Sergio Mattarella sta dunque confermando quella tecnica o meglio qualità (assai rara nel nostro panorama) che consiste nell’opposto dell’andazzo parolaio tanto insistente nella nostra politica quanto simbolo del suo inesorabile declino.

La verità è che c’è un governo che da tempo sembra essere sull’orlo di una crisi salvo poi rimettersi in riga al punto che, al prossimo scossone, nessuno crederà alle sue conseguenze. Anche perché lassù qualcuno ci ama, rubando al cinema un titolo che ben si conviene al nostro Presidente della Repubblica.

Si capisce che, posto oggi in archivio il rischio crisi, il futuro, anche prossimo, non pare così tranquillo e la possibilità di una rottura non è da escludere nel calendario di un esecutivo nel quale potrebbe giocare un suo ruolo, al di là degli abituali stop and go di Giuseppe Conte, la resistenza (volontà) dello stesso Mario Draghi che in una impietosa fotografia al Prado madrileno sembra cercare nel riposo di un divano, sia pure di fronte ad un meraviglioso Goya, il tempo di una sospirata sosta fuori dalla pazza folla. Sosta di breve durata e ci soccorrono, come prevedibile nella civiltà delle immagini, le sequenze in parallelo dello stesso Premier accorso nella Capitale e poi al Quirinale con le scene di un Beppe Grillo “sceso a Roma” per il prevedibile bailamme nel suo Movimento in via di estinzione e che se ne va scocciato coi giornalisti avidi di dichiarazioni mentre già si confermano in video le altre sequenze con un Conte chiamato a consulto presso un silente (ma mai assente) Mattarella. Appunto.

In un contesto in cui i profili degli addetti alla Polis sono, nella loro quasi totalità, simboli (sottolineati dalle pochette di Luigi Di Maio e di Conte) dell’ampio trasversale e progressivo del loro deterioramento, si salvano alcune eccezioni, forse più sotto la spinta delle scelte imposte dai lavori del Parlamento che per motivi più “alti e nobili”.

È il caso di Matteo Salvini che, nella non sempre comoda posizione al governo cerca di sottrarsi al gioco al massacro dei rimasugli grillini (la scissione di Luigi Di Maio si sente), così come non gli sono estranei i rispettosi (per ora) cenni di critiche dei suoi governatori all’indomani di risultati elettorali non particolarmente brillanti tanto più sul piano amministrativo, “che è quello che conta” come si è lasciato sfuggire un assessore leghista lombardo aggiungendo un “se tanto mi dà tanto” con gli occhi puntati all’appuntamento decisivo del 2023.

Il nostro è un contesto che definire politico sembra eccessivo e comunque fuori luogo, immerso com’è in continue “liti da marciapiede” tipiche, appunto, di quella non politica che si avvita nei suoi giochi proibiti che non possono non privilegiare le fasi più banali con le sconfortanti pagine in cui a tutto quello che avviene nel mondo a proposito di guerra, Nato, G7 e quant’altro viene posta una sordina privilegiando la telefonata fra Draghi e Grillo.