Se io fossi Giorgia Meloni

Se io fossi Giorgia Meloni, sarei al settimo cielo. Primo partito, maggioranza assoluta della coalizione, presidentessa o presidenta o presidente del Consiglio in pectore, anzi di più. Ovviamente, la situazione italiana da raddrizzare mi farebbe tremare i polsi. Penserei ai ministri da concordare con Silvio Berlusconi e Matteo Salvini per accontentare Sergio Mattarella. Soprattutto, sarei preoccupata non tanto per le cose da fare ma per quelle da non fare. Infine, aguzzerei lo sguardo alla ricerca di quel “Governo invisibile” che, annidato nella società e nello Stato italiani, e all’estero, tenterà di governarmi a modo suo o d’impedirmi di governare a modo mio.

Tra questi pensieri e queste preoccupazioni, non trascurerei di considerare che la democrazia italiana è zoppicante. Il presidenzialismo sbandierato da sempre e ribadito in campagna elettorale, sta bene, seppure da definire. Ma non è tutto. Tra elettori ed eletti il legame del voto è diventato fragile come il filo di ragnatela. Pure le elezioni che mi hanno incoronata lo attestano. La disaffezione verso la politica nazionale è cresciuta. Lo provano non solo gli astenuti, ma pure le schede bianche e nulle, almeno non quelle annullate per errore. In tutto, sono milioni che rifiutano di partecipare alla scelta del Parlamento. La disaffezione dipende da tante cause, rimediabili più o meno. Tra quelle rimediabilissime, ce n’è una di primaria importanza: la legge elettorale.

Se i fossi Giorgia Meloni, essendo già nella Storia, vorrei rinforzarvi la presenza con un provvedimento da compiere subito, all’inizio della Legislatura, che non sarebbe né potrebbe sembrare un atto di forza contro gli altri partiti, contro le minoranze: la nuova legge elettorale. Non avendo votato il Rosatellum, che adesso tutti, anche i sostenitori, biasimano, sono nella migliore posizione per restituire agl’Italiani la libertà di scegliere i parlamentari. Approvandola come prima legge della Legislatura, non sarei neppure sospettabile, niente affatto, di confezionare una legge a mio favore come hanno fatto gli altri in passato, pentendosene per giunta. Poiché il mio Governo durerà cinque anni, qualunque legge elettorale non potrà essere accusata di essere emanata in frode o danno di qualche partito, essendo le elezioni, alle quali si applicherebbe, lontane anni luce da ogni ragionevole previsione dei risultati.

Se io fossi Giorgia Meloni, darei perciò la prima prova del mio patriottismo proprio con la nuova legge elettorale. Una legge che non costa nulla e giova a tutti, almeno a tutti quelli che pretendono di scegliersi loro i rappresentanti, non di farseli scegliere dai capi partito. La governabilità, diretta ed efficace, da ottenere con il presidenzialismo, esige il rafforzamento del controllo parlamentare, che non potrà ottenersi da Senato e Camera fiduciari dei partiti anziché degli elettori.

Dunque, da presidente o presidenta o presidentessa del Consiglio, se io fossi Giorgia Meloni non mi ridurrei all’ultimo momento per cambiare la legge elettorale, atteso che si dovrà cambiare. Vorrei invece potermi vantare di aver consegnato, innanzi tutto, ai frastornati Italiani il migliore strumento per autogovernarsi: una bella legge elettorale maggioritaria a doppio turno con ballottaggio tra i primi tre candidati più votati anziché tra i primi due. A futura memoria. Se la memoria ha un futuro, diceva Leonardo Sciascia.