Le ragioni dell’astensione

Come è noto, nelle ultime elezioni politiche abbiamo raggiunto il record negativo dell’astensionismo, con oltre un italiano su tre che non si è recato alle urne. Ed è già ripartito il piagnisteo con cui si tende a richiamare al proprio dovere elettorale il popolo degli assenti.

Ora, a parte che ci sono grandi democrazie, su tutte quella americana, in cui per tradizione la partecipazione al voto è vicina al 50 per cento degli aventi diritto. Tuttavia, dal momento che in Italia nel recente passato si è sempre registrata una grande affluenza, lo striminzito 63,91 per cento registrato il 25 settembre ha destato una certa impressione, soprattutto se consideriamo che in una quindicina di anni si sono persi per strada oltre 20 punti percentuali (nel 2006 votarono l’84,21 per cento degli aventi diritto).

Tra le molteplici cause di uno dei tanti problemi complessi che affiggono il Paese, personalmente sono portato a individuarne una in particolare, strettamente legata all’agire politico. Una causa che viene da molto lontano e che rappresenta qualcosa di profondamente lontano da una genuina impostazione liberale. Mi riferisco all’idea, che rappresentò in negativo uno dei più famosi slogan del grande Ronald Reagan, sempre più radicata secondo la quale ci si aspetta che la politica, attraverso l’azione del Governo, risolva qualsiasi problema, collettivo o personale che sia, realizzando una sorta di società utopistica sul modello della famosa “Città del Sole”. Il premio Nobel Friedrich von Hayek, illustre economista e pensatore, definì col termine di “costruttivismo” una tale visione integralista della politica. Noi potremmo chiamarla politicismo, statalismo o dirigismo e il significato reale cambierebbe poco.

In sostanza, ritenendo che tutta la realtà che ci circonda derivi in qualche modo da un atto intenzionale della medesima sfera politica, negando implicitamente con ciò la grande energia trasformatrice dell’azione spontanea degli individui, le aspettative che circondano la medesima politica sono sempre eccezionalmente elevate. Così come elevate al cubo risultano, poi, le inevitabili disillusioni che si generano quando queste aspettative vengono regolarmente e inevitabilmente deluse.

A questo punto, molti degli individui cresciuti con il dogma di una politica che si occupi del proprio benessere dalla culla alla tomba, frustrati dalle mancate promesse elettorali e incapaci di comprendere la natura sistemica del crescente malessere che affligge il Paese, diventano rancorosi e, dopo aver appoggiato alcune meteore del “nuovo” che avanza (emblematici in tal senso i casi recenti di Matteo Renzi e del Movimento Cinque Stelle), si rifugiano nel territorio del non voto, dando luogo a una fragorosa protesta silenziosa.

D’altro canto, fino a quando saremo così pochi a credere che l’Esecutivo migliore sia senz’altro quello che governa meno, temo che la disaffezione elettorale sarà destinata ulteriormente a crescere.