Lega: non sparate sul pianista

Il centrodestra ha vinto. Tutti coloro che l’hanno sostenuto dovrebbero essere felicissimi. Eppure, non è così. C’è chi mastica amaro. Sono Matteo Salvini e la dirigenza leghista.

In questa tornata elettorale la Lega è tornata nel cavo dell’onda del consenso, dopo esserne stata, nel biennio 2018-2019, sulla cresta. Un risultato deludente che è frutto di una serie di errori politici e di posizionamento, inanellati dalla leadership leghista in concorso con la dirigenza del partito. Salvini ha le sue responsabilità ma non ha tutte le colpe. La vecchia guardia della Lega bossiana, defenestrata alla fine del 2013 dall’ala sovranista, torna a farsi sentire per chiedere la testa del “Capitano” in nome di un ritorno a un’improbabile età aurea del leghismo. Si tratta di una vana speranza che, negli anni Venti del Terzo millennio, è più simile a una fantasia senza né capo né coda. D’altro canto, cercare a tutti i costi un capro espiatorio non ha alcun senso quando non sono state indagate a fondo le ragioni dell’insuccesso. Vieppiù, la narrazione di un diffuso mondo leghista del Nord che avrebbe voltato le spalle al partito salviniano è una monumentale stupidaggine. Su questo punto è bene fare chiarezza.

La scorsa domenica la Lega ha ottenuto l’8,77 per cento al voto per il rinnovo della Camera dei deputati. Hanno scelto il Carroccio 2.464.005 elettori sparsi sull’intero territorio nazionale, con una maggiore concentrazione nelle circoscrizioni del Nord. Rispetto al dato del 2018, quando i consensi in numeri assoluti furono 5.698.687, la débâcle appare impressionante. Tuttavia, se si guarda dentro a quel bacino elettorale che ha trasmigrato verso Fratelli d’Italia, ci si accorge che esso non è mai stato realmente organico alla Lega. L’analisi della serie storica dei risultati elettorali dal 1994 mostra che la base del consenso al partito è formata da un nucleo stabile, identificabile come “popolo leghista” e da un’area citoplasmatica variabile che contiene il consenso fluttuante, approdato in territorio leghista a fasi discontinue e collegato alle capacità delle leadership di turno di dare risposte alle sue istanze. Ebbene, se nel 2018 quella massa mobile, valutata tra la metà e i due terzi dei voti conseguiti, si è riversata sulla Lega, la scorsa domenica la stessa si è spostata su FdI. L’anomalia sta nel fatto che i picchi di caduta del Carroccio non corrispondono meccanicamente a quelli del centrodestra nel suo insieme. Ciò prova l’esistenza della logica dei “vasi comunicanti”, condizionata dal voto d’opinione, nello spostamento dei flussi elettorali all’interno del centrodestra.

Lasciamo che parlino i numeri delle elezioni per la Camera dei deputati raccolti nell’arco temporale della Seconda Repubblica. Nel 1994, l’anno della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e della vittoria straripante del centrodestra nella doppia combinazione delle alleanze al Nord (Polo delle Libertà, Forza Italia-Lega) e al Sud (Polo del Buon governo, Forza Italia-Alleanza Nazionale), la Lega ebbe 3.235.248 voti, pari all’8,36 per cento. Nel 2001, anno della vittoria del centrodestra, la Lega raggranellò il 3,94 per cento e 1.464.301 preferenze. Nel 2008, altro anno di successo per il centrodestra, Umberto Bossi e compagni risalirono all’8,30 per cento grazie a 3.024.543 preferenze ricevute, salvo poi a rifluire, alle Politiche del 2013, al 4,09 per cento e a 1.390.534 voti. Tale andamento è stato confermato anche in altri contesti elettorali, come quelli regionali. Nel Veneto, nel 2020 anno del boom di Luca Zaia, la lista leghista ha totalizzato il 16,92 per cento di consensi mentre la “Lista Zaia” ha ottenuto il 44,57 per cento.

Ora, se i risultati elettorali della scorsa domenica dimostrano incontrovertibilmente che il nocciolo duro del popolo leghista, sostenuto dall’effetto sul voto della penetrazione nel centro-sud del salvinismo, ha sostanzialmente tenuto, l’analisi autocritica della dirigenza del Carroccio dovrebbe focalizzarsi sulle cause del mancato trattenimento del segmento fluttuante. Ciò che sappiamo di quella massa magmatica di consenso è che è portatrice di un’istanza di cambiamento radicale del sistema. Negli anni Novanta e nel primo decennio del nuovo millennio si è orientata verso Berlusconi, fautore della promessa di una rivoluzione liberale. Successivamente, ha dato forza e numeri alla ribellione antisistema grillina. Nel 2019, ha concesso un’apertura di credito, certificata dalle urne delle Europee, al sovranismo euroscettico di Matteo Salvini. Oggi ha virato verso Fratelli d’Italia.

Cosa può fare, o non fare, la Lega per invertire il flusso? Non deve torcere un capello (metaforicamente parlando) al suo capo. Per la Lega è giunto il momento di riconquistare centralità nell’azione di governo. Ma non nel modo sbagliato, praticato durante l’esperienza del Governo Draghi, del tipo “ci sto, ma remo contro per distinguermi”. Salvini eviti di logorare Giorgia Meloni. Non è creando una fibrillazione nociva per la credibilità, interna e internazionale, del nascente Esecutivo di centrodestra che la Lega potrà riconquistare il consenso perduto. Il momento della discontinuità con gli errori del passato è adesso. Tuttavia, la vulgata mediatica racconta di un Salvini pronto a fare le barricate pur di non cedere la casella del Ministero dell’Interno, che di regola gli spetterebbe visti i suoi trascorsi al Viminale. Se fosse vero sarebbe l’ennesimo errore strategico. Lo chiediamo a Salvini. Perché incaponirsi in una richiesta che inevitabilmente lo porterebbe a essere bersaglio di inutili polemiche sul contrasto all’immigrazione clandestina che, pur restando un vulnus per una democrazia che si concede con eccessiva facilità alle pulsioni mondialiste e antipatriottiche della sinistra progressista, non è al momento la preoccupazione principale che tormenta la vita degli italiani?

Ecco dunque il consiglio (non richiesto) al capo leghista. Vuole tornare a riallacciare il filo diretto con gli italiani? Lavori a lenire le loro angosce. La materia di cui sono fatti gli incubi della gente è la carta delle bollette. Salvini punti tutte le fiches sulla partita dell’energia. Il posto di prima linea che lo farebbe risorgere dalle ceneri della sconfitta elettorale è il Ministero della Transizione ecologica. Scommetta su quella poltrona ministeriale e non se ne pentirà. Se gli riuscisse di portare il Paese fuori dalla crisi energetica con soluzioni coraggiose e insieme innovative; se gli riuscisse di azzerare la burocrazia per facilitare l’installazione dei pannelli solari su tutti gli edifici pubblici e l’allaccio degli impianti fotovoltaici già realizzati alla rete di distribuzione dell’energia elettrica; se ripartissero velocemente le trivellazioni per recuperare il gas che sta sotto i fondali dell’Adriatico; se venisse varato un serio programma di studi delle nuove tecnologie legate all’utilizzo del nucleare di ultima generazione; se si mettesse mano a un piano di costruzione di nuovi termovalorizzatori con l’obiettivo di produrre energia; e se per fare fronte ai cambiamenti climatici si adottassero tutti i rimedi necessari per annullare il rischio siccità e il dissesto idrogeologico, lui e non altri verrebbe ricordato ai posteri con statue equestri nelle piazze e nei giardini pubblici di tutt’Italia.

Matteo Salvini si definisce un combattente. Lo dimostri. Oggi la “linea del Piave” passa per la transizione ecologica. Al Viminale lasci che vada un politico, anche leghista, ma con un profilo più soft del suo. Giochi d’anticipo impedendo al Quirinale di porre un veto sulla sua nomina a ministro dell’Interno e spiazzi lui la Meloni, dimostrando di non essere la castagna del centrodestra da togliere dal fuoco dell’imbarazzo. Peccato però che i consigli siano fatti per non essere ascoltati.