I nuovi schiavisti e i loro complici buonisti

Il caso Soumahoro è importante soprattutto perché contribuisce a togliere la maschera non solo al volto ipocrita degli imprenditori dell’industria della carità, ma anche a quello ancora più ipocrita di quei politici e di quei giornalisti che si guadagnano posti, visibilità e prebende suonando ogni giorno la grancassa retorica del finto buonismo dei “salvataggi” in mare di naufragi programmati in partenza da cinici trafficanti di esseri umani e dal finto afflato caritatevole dell’accoglienza illimitata, salvo poi disinteressarsi delle periferie, delle stazioni ferroviarie e dei ghetti dove vanno poi a stazionare e vivere quei migranti dopo essere stati accolti con telecamere, microfoni, fanfare e grancasse mediatiche. Questi ghetti sono spesso simili a lager dove quei migranti sono sottopagati e vivono in condizioni di degrado e miseria e, anzi, di quasi schiavitù, controllati e tartassati da sgherri e kapò africani e italiani al servizio di boss, caporali, padroni e padroncini di vario genere e di varia etnìa e nazionalità.

Anche gli schiavisti bianchi dei secoli scorsi si servivano di schiavisti africani che consegnavano loro sulle coste dell’Africa la “merce” umana da essi raccolta con la cattura nelle zone interne. La differenza tra loro e gli schiavisti di oggi è che i primi non avevano al loro servizio politici e giornalisti che fornissero loro una copertura politica e morale con l’intento narcisista e interessato di passare per “i più buoni di tutti” indossando la maschera ipocrita di una presunta caritatevole “accoglienza” universale.