Comprare il consenso o pensare alle future generazioni?

Bene ha fatto la presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni a tenere duro sullo sconto, a termine, delle accise sui derivati del petrolio. Bruciare risorse pubbliche per “comprare” il consenso, a breve termine, è quanto di più devastante possa fare un governo che punta a governare per l’intera legislatura. Le sovvenzioni, gli sconti, i contributi a fondo perduto, i crediti d’imposta e le provvidenze pubbliche sono come le droghe, danno dipendenza. Una volta elargite diventano indispensabili. Disintossicare l’economia da crediti d’imposta come il 110 per cento sarà complicato per le imprese che ne hanno goduto. Il governo deve pensare in “grande” percorrendo piccoli ma decisivi passi. Comprare il consenso con aiutini che sprecano denaro pubblico ha il respiro corto. Il giudizio degli italiani si misurerà sui risultati macroeconomici quali: riduzione del carico fiscale sulle imprese e le famiglie, la crescita dell’occupazione, crescita economica e la riduzione del debito pubblico che il governo riuscirà a conseguire a fine mandato. Non è la proroga dello sconto sulle accise che può cambiare la situazione economica degli italiani. Se le politiche delle opposizioni al governo si fondano sul mantenimento di mancette elettorali pubbliche che dilapidano risorse, il centro destra può dormire sonni tranquilli, governerà a lungo il Paese.

Una statista guarda “alle future generazioni e non alle prossime elezioni”. Il messaggio chiaro che ha mandato l’attuale esecutivo ai mercati finanziari è stato quello di voler intraprendere, nel quinquennio della legislatura, una saggia e prudente gestione delle finanze pubbliche per il perseguimento del risanamento e degli squilibri finanziari. Passare dagli interventi straordinari, le provvidenze legate alla pandemia da Covid-19, che hanno fatto esplodere l’indebitamento pubblico, all’ordinario ovvero il rispetto dell’articolo 81 della Costituzione italiana: “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”. Il fatto stesso che si è approvata una Legge di Bilancio prudente sul lato della spesa è stato un toccasana per la Borsa valori italiana e per il contenimento dello spread sui titoli del nostro debito sovrano. Meno sconti subito per una riduzione strutturale delle imposte nel medio termine. Per una nazione che ha una esposizione di quasi 2,2 mila miliardi di euro, la riduzione di 50 punti base di differenziale di tasso d’interesse rispetto a quanto paga la Germania sui Bund, si traduce in un risparmio di spesa per interesse nel breve termine di circa 5 miliardi di euro.

Oltre l’ulteriore beneficio che permette di innescare una pedissequa riduzione dei tassi d’interesse pagati dallo Stato per le nuove e future emissioni di titoli (Bot, Cct e Btp). Pagare meno oneri finanziari per il servizio del debito pubblico significa liberare risorse a vantaggio dell’intera collettività. Nella Nadef (Nota di variazione del documento di economia e finanza) è indicato che per il 2022 lo Stato italiano pagherà circa 77 miliardi d’interessi sul proprio debito pubblico (4 per cento del Pil) rispetto ai 62,8 miliardi pagati nel 2021 con un incremento di oltre 14 miliardi di euro. Più delle risorse (10 miliardi) che il governo, nella Legge di Stabilità, ha destinato a sostenere le imprese e le famiglie. La riduzione degli oneri finanziari dello Stato è il vero fattore di sviluppo del Paese. Eliminare i sostegni a breve riducono l’indebitamento, accrescono l’affidabilità dell’Italia e in conseguenza gli oneri finanziari con beneficio per tutti i contribuenti nel medio termine. Maggiore è l’affidabilità finanziaria del Paese minori saranno gli esborsi per interessi passivi e quindi si possono creare le condizioni per un pedissequo alleggerimento del carico fiscale per tutti. La priorità del Paese è il contenimento delle spese clientelari. Il sacrificio diventerà un beneficio per tutti a medio termine!