Dal Reddito a Mia

martedì 7 marzo 2023


Lo avevo già anticipato mesi addietro: secondo una legge non scritta nella nostra democrazia, dove una volta concesso un beneficio a qualcuno risulta quasi impossibile eliminarlo del tutto, era scontato che l’attuale Governo avrebbe solo modificato il cosiddetto Reddito di cittadinanza. Nel caso contrario, cancellando tout court lo strumento che per gli scappati di casa a Cinque Stelle avrebbe abolito la povertà, anche quei percettori – immagino non moltissimi – che in passato hanno votato per il centrodestra avrebbero voltato le spalle in blocco ai partiti della medesima coalizione.

E dunque Giorgia Meloni e il suo Esecutivo, da seri professionisti della politica, stanno realizzando alcuni cambiamenti finalizzati da un lato a depotenziare l’appeal che ancora esercitano i grillini, che continuano a difendere a spada tratta il loro principale cavallo di battaglia, e dall’altro lato ad alleggerire il peso del provvedimento sui conti pubblici, riducendo l’entità del sussidio e inasprendo i criteri di attribuzione.

Tant’è che, proprio per togliere acqua al mulino degli autori politici di questo ennesimo attentato alla tenuta del bilancio dello Stato, il Reddito di cittadinanza cambierà nome. Dopo il primo luglio prossimo, in cui la legge di bilancio 2023 fissava l’ultima proroga del Rdc, dovrebbe entrare in vigore il Mia, acronimo che sta per Misura di inclusione attiva. Insomma, come si suol dire: se non è zuppa, è pan bagnato.

Il problema è solo legato al fatto che la nostra colossale spesa per il welfare, che supera ampiamente il 45 per cento dell’intera spesa pubblica, continua a rappresentare un fardello sempre più insopportabile per i cosiddetti produttori privati di reddito. Categoria quest’ultima, composta da imprenditori, partite Iva, collaboratori e dipendenti, che andando avanti di questo passo, chiamati a finanziare qualsiasi colpo di genio dell’ultimo parvenu giunto nella stanza dei bottoni, rischiano una rapida estinzione. Se non proprio una rivoluzione liberale che, come abbiamo sperimentato negli ultimi trent’anni, urge almeno un modesto tentativo di ridurre il perimetro pubblico. Se non altro proviamoci sul serio.


di Claudio Romiti