10 maggio 2012ESTERI
Il processo militare alle 5 presunte menti del complotto dell'11
settembre 2001, rischia di trasformarsi in un doppione del processo
Breivik in Norvegia: un palcoscenico usato dagli imputati per fare
la loro propaganda. È questa la realtà che sta emergendo dai primi
reportage da Guantanamo. I cinque uomini, accusati del più
sanguinoso attentato della storia, ignorano la corte, la
disturbano, lanciano proclami e seguono, assieme ai loro avvocati,
tattiche dilatorie di ogni genere. Secondo il reporter del New York
Times, Khalid Sheik Mohammad, considerato il principale artefice
del piano di attacco e reo confesso della decapitazione del
giornalista Daniel Pearl, si è rifiutato di indossare le cuffie per
la traduzione simultanea, obbligando la corte a sospendere il
procedimento. Secondo il New York Post, uno degli accusati, Walid
bin Attash, rifiutandosi di recarsi di fronte al giudice con le
proprie gambe, è stato trasportato in aula con una sedia a rotelle.
Ramzi Binalshibh ha irriso le famiglie delle vittime dell'11
settembre presenti al processo. Un vero circo, una presa in giro
della giustizia americana.
Ma c'è di più. Il processo si sta trasformando in un atto di
accusa contro la Cia e i suoi metodi di "interrogatorio
potenziato", che gli attivisti dei diritti umani definiscono, senza
mezzi termini, "tortura". Sono ricominciate a pieno ritmo le
inchieste giornalistiche sui metodi degli agenti americani. Il
direttore della sezione antiterrorismo della Cia, José Rodriguez,
si è difeso ai microfoni della Bbc affermando che, prima del 2009,
il "waterboarding" (annegamento simulato) non fosse considerato
come una forma di tortura e fosse dunque legale. Anche la
privazione del sonno, a cui è stato sottoposto Khalid Sheik
Mohammad per ben 180 ore, non è considerata una forma di tortura.
Rodriguez, tuttavia, afferma di aver distrutto i video che
documentano il trattamento subito dagli jihadisti, in particolar
modo quello inflitto ad Abu Zubaydah, il "postino" di Bin Laden.
Non si tratta solo di curiosità: in ogni sistema garantista
(compreso quello statunitense), le informazioni estorte sotto
tortura non sono legali. Quindi, più si intensifica il dibattito
sui metodi di interrogatorio, più il processo di Guantanamo è a
rischio. Parallelamente a questa storia, un'altra vicenda è balzata
agli onori della cronaca. Quella del nuovo attentato di Al Qaeda
sventato dagli americani. Ieri è stata confermata la notizia che il
protagonista dell'operazione fosse un agente doppiogiochista: un
agente saudita si è infiltrato nella cellula yemenita di Al Qaeda
che stava preparando la nuova strage di americani.
Si è fatto reclutare per la missione suicida. Poi ha consegnato
tutto, informazioni ed esplosivi, agli americani. Fahd al Quso,
capo della cellula, è stato ucciso in un raid aereo americano.
Queste due vicende sono direttamente correlate. L'amministrazione
del premio Nobel per la Pace Barack Obama, ha bandito il rapimento
e la tortura dei jihadisti. Preferisce infiltrare le loro cellule e
ucciderli sul posto. Un processo a porte aperte è troppo rischioso,
diventa un boomerang per l'opinione pubblica. Un'eliminazione
mirata, in terre lontane, conquista poche righe nelle cronache di
esteri. Occhio non vede, cuore non duole e tutti sembrano più
buoni.