La persecuzione dei sufi tunisini

In Tunisia negli ultimi due anni sono stati dati alle fiamme ben quaranta templi sufi. Alcuni dei quali veri e propri monumenti storici e culturali, risalenti al Medioevo islamico. Anche se nell’Islam, come è purtroppo stranoto, la storia è andata all’incontrario: se all’epoca in questione i costumi dei musulmani erano più liberi di quelli dei cattolici e degli ortodossi, oggi, dopo duecento anni di wahabismo, si può dire esattamente il contrario.

Sia come sia, il governo retto da Ennahada, partito islamico sedicente moderato, in realtà filiazione dei Fratelli Musulmani, si è deciso finalmente a intervenire sia per preservare i tesori della cultura tunisina sia per proteggere “gli eretici sufi”. La  notizia della trasformazione del deserto tunisino in una specie di terra di nessuno della guerra santa, né più né meno di quel che succede in quel del Mali, era stata data da vari media internazionali e da un meritevole servizio del settimanale Tempi diretto da Luigi Amicone. Nell’articolo si riportavano le opinioni di alcuni esponenti del sufismo tunisino che si dichiaravano preoccupati della piega persecutoria presa dai salafiti contro chiunque non abbracci quell’Islam del fanatismo e della violenza che in realtà ha appigli molto arbitrari nelle scritture del Corano. Vengono riportate le parole di  Mohamed El Heni, segretario generale dell’Unione sufi della Tunisia: «Ripeto che il governo arriva troppo tardi  e noi speriamo che le misure siano messe in atto rapidamente e che non si tratti solo di un annuncio». Certo negli ultimi otto mesi sono stati bruciati ben 40 monasteri e luoghi di culto sufi, come si diceva prima.

Inoltre il misticismo individualista che caratterizza quello che si può definire il “monachesimo islamico” viene visto con molto risentimento da chi invece sta usando l’Islam come elemento della politica espansionista di alcuni Paesi arabi, come l’Arabia Saudita. Di fatto l’Islam, come l’Ebraismo, non media attraverso un sacerdote il rapporto tra l’individuo e Dio. Ma nel tempo si è creata una casta religiosa e parastatale che raccoglie l’eredità dispersa dei Califfi che venne completamente distrutta dai tartari a Baghdad nel 1258. Questa casta è anche quella che esprime la classe dirigente nei Paesi arabi, generalmente più che dispotica, e l’Islam viene usato per controllo sociale interno e per aggressione esterna. Per questo motivo il sufismo è stato sempre perseguitato sin dai tempi di Averroè e anche oggi, quando un partito di ispirazione islamica va al potere, i suoi esponenti vengono visti come i classici “cani in chiesa”. Anzi in moschea.