I cosacchi sul Nilo, Putin sostiene Al Sisi

venerdì 14 febbraio 2014


I cosacchi abbevereranno i loro cavalli sul Nilo? Facile profezia, ormai, anche se fino a pochi mesi fa pareva solo fantapolitica. I militari russi non mettono più piede in Egitto da quarant’anni esatti, da quando il presidente Sadat li cacciò definitivamente dopo essere stato sconfitto (anche se tuttora viene festeggiata come una vittoria) da Israele nella guerra dello Yom Kippur, combattuta dagli egiziani con il non plus ultra della tecnologia sovietica. Ora potrebbero tornare alleati. Merito di Vladimir Putin che ha annusato l’affare delle elezioni egiziane e si è subito precipitato a dare il suo endorsement al generale Al Sisi, uomo forte del nuovo corso egiziano, nemico giurato dei Fratelli Musulmani, protettore dei cristiani e acclamato già adesso dalle folle esasperate. E merito di Obama, chiaramente, che si è ostinato ad appoggiare il presidente Morsi (esponente dei Fratelli Musulmani, nemici storici dell’Occidente) anche dopo che questi era stato scacciato a furor di popolo l’estate scorsa.

Parrebbe non crederci. Putin che sostiene un candidato presidente laico e Obama, leader della nazione guida dell’Occidente, che perde perché appoggia i Fratelli Musulmani? Sì, non è il copione di una brutta commedia di fantapolitica. È la cruda realtà.

Incontrandosi con il (probabile) futuro presidente egiziano, il leader del Cremlino ha dichiarato di essere “al corrente” della sua intenzione di candidarsi alle presidenziali. E già che c’era gli ha promesso, in caso di vittoria, una prima fornitura di armamenti per un valore pari a 2 miliardi di dollari. Il che, per l’Egitto, arriva come una manna dal cielo, considerando che, proprio a causa della defenestrazione di Mohammed Morsi, gli Stati Uniti di Barack Obama hanno iniziato a interrompere le forniture di armi pesanti, da cui le forze armate del Cairo dipendono interamente.

Da parte dell’Egitto, c’è tutto l’interesse, ormai, a cambiare alleato. Che le armi siano fornite dai russi, piuttosto che dagli americani, la sostanza non cambia. Obama, sostenendo i Fratelli Musulmani e chiedendo il loro reinserimento in un governo “inclusivo” proprio mentre venivano messi fuori legge, non è più considerato un alleato di cui fidarsi. Nella politica mediorientale gli Stati Uniti hanno dimostrato di non saper intervenire in Siria, stanno perdendo la fiducia di Israele grazie alle loro pressioni unilaterali sullo Stato ebraico e hanno dato ceduto anche sulla questione nucleare iraniana, optando per il negoziato ad oltranza e provocando, come effetto collaterale, il riarmo di una preoccupata Arabia Saudita. Da un punto di vista arabo, gli Stati Uniti sono deboli. Anche per una questione di ordine interno, la Russia appare ormai come un sostegno più sicuro. Putin non chiede garanzie democratiche e non pretende che i Fratelli Musulmani vengano reinseriti nel gioco politico. Anche se Al Sisi dovesse vincere le elezioni e restaurare un regime militare, a Mosca andrebbe bene così. Ma, il problema (per gli Usa) è che attualmente andrebbe bene così anche alla maggioranza degli egiziani che, dopo tre anni di caos, alla democrazia preferiscono l’ordine e non temono nuovi militari al potere, ma i terroristi islamici che mettono bombe ogni mese.

In parole povere, la Russia sta riuscendo nell’ardua impresa di rimettere un piede nel Medio Oriente, proprio dove sembrava impossibile. Mentre gli Stati Uniti stanno rischiando seriamente di perdere il loro principale alleato nel mondo arabo, il perno di tutte le loro alleanze mediorientali sin dagli anni Settanta. Ovviamente c’è ancora molto tempo per rimediare. Questi cambi di fronte non avvengono dall’oggi al domani. Anche negli anni ’70, occorsero cinque anni di crisi prima che Sadat si decidesse a passare dall’orbita sovietica a quella statunitense. Ma di sicuro il colloquio fra Putin e Al Sisi e, soprattutto, quella promessa di vendergli armi, sono un segnale forte e chiaro lanciato all’amministrazione Obama.

A Washington ci sarà qualcuno in ascolto?


di Stefano Magni