Russia, il ritorno
dello stalinismo

di Stefano Magni

21 marzo 2014ESTERI

 

Bandiere rosse, camice rosso-brune, statue di Stalin e Lenin difese come cimeli intoccabili, sia in Russia che nelle regioni orientali dell’Ucraina: è la resurrezione dello stalinismo? Sì. A giudicare da tanti segnali informali sembrerebbe proprio che nella Russia post-sovietica, intenta a riprendersi un pezzo di Ucraina (a partire dalla Crimea), non sia il “nazionalismo” a prevalere e neppure un revival zarista, ma proprio la vecchia nostalgia per l’Urss e per il suo dittatore più sanguinario, Josif Stalin.

Non si tratta di un fenomeno nuovo, ma pochi lo vedono o gli attribuiscono importanza. Nel 2007, in tempi non sospetti, la Russia di Putin aveva paralizzato siti istituzionali e finanziari della vicina Estonia, solo perché il governo di quest’ultima aveva deciso il trasferimento (nemmeno la rimozione, ma solo il trasferimento) di un monumento dedicato agli eroi sovietici della Grande Guerra Patriottica, il nome sovietico dato al conflitto contro i nazisti, dal 1941 al 1945. Ancora nel 2008, pochi mesi dopo la guerra in Georgia, in Russia la nostalgia di Stalin era già forte abbastanza da determinare il risultato di una competizione televisiva sul più influente personaggio storico russo: Stalin era arrivato terzo, subito dietro lo zar Nicola II. Ma, allora, si era detto che i risultati fossero stati manipolati, perché nel risultato mandato in onda il primo giorno di concorso, Stalin era arrivato primo, con un buon margine. Era tuttavia un risultato troppo scomodo, persino per la televisione di Stato russa.

Nel 2013 il partito di maggioranza Sogno Georgiano, più filo-russo rispetto allo schieramento dell’ex presidente Mikhail Saakashvili, come primo segnale distensivo nei confronti della vicina Russia aveva promesso subito due cose: non toccare il museo di Stalin (con relativa statua) nella sua città natale Gori e rimuovere il museo dell’occupazione sovietica in centro a Tbilisi. Il museo di Stalin è tuttora un luogo di culto, praticamente di pellegrinaggio, per centinaia di migliaia di visitatori russi. Il precedente governo georgiano lo ha conservato come esempio di agiografia staliniana, ma avrebbe voluto aggiungervi una sezione, almeno temporanea, sui crimini del dittatore. Ora, invece, resta un luogo di culto. Un culto a cui, ancora, tanti russi prestano la loro fede. Nel 2013, alla vigilia della crisi in Ucraina, i segni del revival sovietico e staliniano erano sempre più forti. Un sondaggio della Fondazione Opinione Pubblica (Fom) di Mosca, pubblicato a metà ottobre 2013, rivela che il 60% dei russi rimpianga l’Unione Sovietica. Di questi, il 14% per cento ritiene che il comunismo sia un sistema “magnifico”, il 12% si dichiara nostalgico, per l’11% garantisce una vita stabile e positiva. Solo un restante 11% ritiene che il comunismo sia un sistema che appartiene al passato. Ma comunque non esprime un parere negativo. È appena il 7% dei russi che ha un parere negativo sul vecchio sistema, mentre un 5% lo ritiene utopistico. Sull’Unione Sovietica in quanto tale, il sondaggio rileva che per il 33% degli intervistati il sistema sovietico garantiva sicurezza sociale, stabilità e cure al popolo, il 14% ha detto che è stato un sistema di giustizia e uguaglianza sociale, il 9% che l’Urss era uno Stato dove vigevano la legge e la disciplina, il 7% ha elogiato l’accesso al lavoro garantito e un restante 7% ha detto che la gente era più propensa ad aiutarsi rispetto a oggi.

Un alto sondaggio del Levada Zentr, effettuato nella primavera del 2013 in occasione del 60mo anniversario della morte di Stalin (5 marzo 1953), rilevava che il dittatore sovietico fosse diventato l’uomo più amato nella storia russa e sovietica. E d’altra parte, le manifestazioni di apologia, sempre più esplicita, si moltiplicano, fra statue, poster, fiction, busti del dittatore. Paradossalmente, sono proprio le nuove generazioni quelle che paiono pompare maggiormente la nostalgia per un passato in cui non hanno mai vissuto. Ma non c’è molto di che stupirsi, in realtà. Perché questa ondata di stalinismo di ritorno è un prodotto diretto della scuola e delle università russe, dei programmi di “politica storica” promossi da Vladimir Putin. I crimini di Stalin ammontano all’incredibile cifra di 20 milioni di morti, nei Gulag e nelle deportazioni, negli “stermini per quota” (decimazione di interi settori di popolazione) e fucilazioni arbitrarie di dissidenti o presunti tali. Ma tutto questo scompare nei testi scolastici e universitari insegnati dai nuovi storici russi.

In compenso, Stalin è dipinto come un “grande organizzatore”, come il protagonista dell’industrializzazione e come un grande condottiero, vincitore del nazismo e antagonista degli “imperialisti” occidentali. Quegli stessi “imperialisti” che, in questi giorni, la propaganda russa (a cui fa eco buona parte della stampa di destra italiana) vede dietro ai moti di Kiev e alla crisi ucraina. E d’altra parte, la dinamica dell’azione russa in Crimea altro non è che la riedizione, con i soliti vecchi sistemi, della politica estera staliniana: si accusa un “pericolo fascista” in un Paese vicino, si crea un governo fantoccio locale che chiede aiuto, si invade il Paese in questione.