Quel silenzio che   fa male agli armeni

Riceviamo e pubblichiamo dal gruppo di studio “Iniziativa italiana per il Karabakh” (www.karabakh.it).

Il silenzio della stampa sul caso del Nagorno Karabakh è stato denunciato anche da queste colonne. Le vicende del piccolo Stato del Caucaso meridionale, da ventitré anni autoproclamatosi indipendente, non riescono a trovare spazio se non sulle pubblicazioni specializzate o fra gli addetti ai lavori. È un silenzio che fa male in primo luogo agli armeni, da decenni costretti a fronteggiare il nazionalismo bellico del ricco Azerbaigian.

L’Artsakh, questo l’antico nome della regione, da sempre popolato dai cristiani armeni come testimoniano le tante chiese e monasteri sparsi fra i suoi monti, è un territorio prevalentemente montuoso di poche migliaia di chilometri quadrati; una terra stretta fra due continenti, Europa e Asia. All’inizio degli anni Venti, mentre in tutta la Russia soffia il vento impetuoso della rivoluzione politica, i congressi del popolo del Karabakh richiedono a gran voce l’annessione alla vicina Armenia. Non potrebbe essere diversamente, dal momento che oltre il novanta percento della popolazione è di tale etnia e professa la religione cristiana. Quando sembra ormai scontata tale scelta, arriva la decisione di Stalin che, per compiacere la Turchia di Ataturk e sperando di esportare la sua rivoluzione in Anatolia, assegna il Nagorno Karabakh agli azeri che parlano turco e sono musulmani. Per alcuni decenni, durante il regime sovietico, gli armeni dell’Artsakh sono inglobati nella Repubblica socialista sovietica dell’Azerbaigian.

Con la fine dell’Urss, rinasce il movimento di autodeterminazione della regione: grazie a una legge allora in vigore, contemporaneamente alla dichiarazione di indipendenza dell’Azerbaigian, arriva anche quella del soviet del Nagorno Karabakh che il 2 settembre 1991 proclama la propria autonomia e la volontà di costituire una nuova Repubblica. Nello spazio di pochi mesi si tengono un referendum popolare e libere elezioni politiche monitorate dalle organizzazioni internazionali.

A fine gennaio 1992 l’Azerbaigian muove guerra alla neonata Repubblica del Nagorno Karabakh in cui soccorso giunge l’Armenia. Due anni di un conflitto sanguinoso provocano oltre trentamila morti. Nonostante un peggior equipaggiamento e un minor numero di uomini e mezzi a disposizione, i partigiani non solo riescono a conservare il territorio ma conquistano anche alcune regioni limitrofe garantendosi la contiguità territoriale con l’Armenia.

Nel 1994 viene firmato dalle parti un accordo di cessate il fuoco e da allora l’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) tenta di mediare per una firma di pace definitiva. L’Azerbaigian reclama tali territori e reclama il diritto dell’integrità territoriale, mentre gli armeni rivendicano quello dell’autodeterminazione e chiedono di poter vivere liberi a casa propria.

Così, tra ripetute violazioni della tregua, tentativi di incursione azera in territorio armeno e proclami di guerra da parte di Baku, la tensione sale pericolosamente e la prospettiva di una pace duratura si allontana. La piccola Repubblica del Nagorno Karabakh (il nome significa “giardino nero di montagna”, ma gli armeni preferiscono usare la denominazione originale Artsakh) da vent’anni sta costruendo il proprio destino di Stato indipendente ancorché privo di quel riconoscimento internazionale che è invece arrivato, ad esempio, per il Kosovo o il sud Sudan e a oggi ancora negato per mere ragioni politiche.

Un piccolo Stato (con le proprie istituzioni, la banca centrale, l’università, la radio televisione nazionale, la compagnia telefonica) con un livello di sviluppo democratico superiore a tutti gli altri Paesi della regione ma che, al momento, resta uno Stato “fantasma”.

Conoscere i problemi del Nagorno Karabakh e capirne le ragioni può essere uno strumento per avvicinare le parti ed evitare che una guerra nella regione abbia gravissime ripercussioni (soprattutto petrolifere) per tutta l’Europa. Il riconoscimento dell’autodeterminazione della Repubblica non può essere messo in discussione, essendo impensabile che gli armeni possano finire di nuovo amministrati dagli azeri che, in più di un’occasione, hanno dato prova di un odio etnico come testimoniano la distruzione del cimitero medioevale di Julfa e l’affare Safarov (l’azero condannato all’ergastolo in Ungheria per aver decapitato un ufficiale armeno durante un corso Nato, rimpatriato in Azerbaigian e osannato come eroe nazionale).

L’Europa deve aiutare le proprie istituzioni (in primo luogo il gruppo di Minsk dell’Osce) affinché la pace torni a regnare fra le verdi montagne del Caucaso. E non saranno certo il petrolio e i dollari dell’Azerbaigian (Paese agli ultimissimi posti del “Freedom Press World Index” di “Reporter senza frontiere” dove da venti anni la dittatura della famiglia Aliyev incarcera oppositori politici e difensori dei diritti umani) a cambiare il futuro di libertà del Nagorno Karabakh.

L’ultimo lembo orientale dell’Europa, l’estremo confine della nostra società occidentale e cristiana, non può essere lasciato solo e meno che meno svenduto per il petrolio del Caspio. Ne va della credibilità di quei valori di giustizia e democrazia sui quali si fonda il nostro consesso europeo.