Il Natale musulmano

In questi giorni a Beirut passeggiando nella cornice che unisce l’elegante porto turistico al quartiere Minet El Osn ove s’impone la struttura dell’Hotel Fhoenicia, non lontano dal luogo dove nel 2005 fu ucciso il Premier Hariri, oppure sotto i lunghi portici del centro storico, si possono ammirare gli splendidi cedri libanesi addobbati per le feste natalizie. A Beirut, città musulmana al 60 per cento, l’atmosfera natalizia è molto sentita.

Scendendo un po’ più a sud, in Giordania, lo spettacolo è il medesimo e dirigendosi verso i Paesi del Golfo, dagli Emirati al Bahrein, vie e piazze per il Natale sono addobbate senza risparmio. Per non parlare di Betlemme, in Palestina, presenza cristiana ferma al 25 per cento, dove le luci di un altissimo albero di Natale eretto nell’immensa piazza di fronte alla Chiesa della Natività risplendono in tutto il Paese.

In moltissimi Paesi a maggioranza islamica il Natale è festeggiato come festa nazionale. La dottrina islamica, infatti, contempla la nascita di Gesù e l’esistenza della Vergine Maria, anche se Gesù è considerato solo un profeta e non il figlio di Dio. Il Corano in numerosi passaggi chiama Gesù "figlio di Maria", indicando l’evento straordinario della sua nascita quale motivo di pietà e devozione ma allo stesso tempo affermando che è un semplice uomo, con questo creando l’assoluta incompatibilità teologica tra Islam e Cristianesimo. Parla anche di Gesù che opera miracoli, tra i quali rammenta la profezia secondo la quale avrebbe predetto la venuta di Maometto. Un capitolo è dedicato a Maryam, Maria.

Le ultime cronache riportano di città italiane, Bergamo, Salerno, Cagliari, in cui autorità politiche o scolastiche hanno assunto iniziative contro i presepi o altre manifestazioni natalizie, asseritamente per rispetto della cultura e della tradizione musulmana. Sono stati evocati i princìpi di una scuola aperta e dialogante che deve unire e non dividere e in cui sia promossa la partecipazione di tutti nella comunità di appartenenza.

In sostanza, spesso la mancata conoscenza dell’antropolgia culturale di altre comunità è un grosso limite proprio per coloro che devono affrontare problematiche multirazziali e multireligiose.