L’Europa dichiara guerra ad Internet

Google, il gigante di Internet, ha annunciato di aver chiuso il suo servizio Google News in Spagna. La decisione è arrivata in risposta a una nuova legge spagnola sulla proprietà intellettuale che prevede che Google e altri nuovi aggregatori paghino gli editori spagnoli per indicizzare e riprendere i loro contenuti. La legge spagnola fa seguito a una legislazione simile in vigore in altri paesi dell’Unione Europea, dove i politici si scagliano sempre più contro Google su questioni riguardanti l’antitrust, la privacy e la tassazione. In qualche paese, Google ha accolto le critiche, ma in Spagna il governo sembra essere andato oltre e il settore dei quotidiani già in crisi, che è del tutto dipendente dal servizio di ricerca Google News per incrementare il traffico e i ricavi, è ora a rischio.

La nuova legge spagnola sulla proprietà intellettuale (Ley de Propiedad Intelectual) è stata approvata nel febbraio 2014 ed entrerà in vigore l’1 gennaio 2015. Conosciuta anche come Google Tax, lo scopo della nuova legge è quello di costringere gli aggregatori americani di contenuti su Internet a pagare per la rivitalizzazione dei media digitali spagnoli. La legge è stata redatta dal Ministero dell’Istruzione, della Cultura e dello Sport, con l’aiuto dell’Aede, l’associazione spagnola degli editori di giornali, una corporazione anti-Google che rappresenta approssimativamente un centinaio di testate spagnole.

L’Aede ha esercitato pressioni sul governo iberico per inserire nella nuova legge una clausola che prevede che gli aggregatori di contenuti come Google e Yahoo paghino gli editori spagnoli in difficoltà – dai blog ai quotidiani nazionali – per utilizzare ogni loro contenuto compresi i titoli e ogni singolo frammento di testo. La legge spagnola è modellata su iniziative simili sorte in Belgio, Francia e Germania, ma va ben oltre perché vieta ai fornitori di contenuti iberici di rinunciare a tali pagamenti. La norma “one size fits all” – che possa andar bene per qualsiasi esigenza, stabilisce che gli editori non solo hanno un diritto “inalienabile” di riscuotere i diritti d’autore, ma che non possono rifiutarsi di farlo. La legge permette inoltre all’Aede di multare le aziende come Google fino a 600.000 euro (750.000 dollari), se violeranno la legge.

Allo stesso tempo, però, la norma è vaga in merito alle modalità di calcolo dei pagamenti. Essa dice che qualora un accordo sui pagamenti non potesse essere raggiunto, la Commissione per la tutela della proprietà intellettuale dovrebbe imporre una tariffa. I critici dicono che questa ambiguità rende la legge vulnerabile alla soggettività e all’arbitrarietà di entità che sono filosoficamente contrarie a Google. Richard Gingras, responsabile di Google News, ha asserito che la nuova legge è assurda per Google dal punto di vista finanziario, e quindi la società chiuderà il suo servizio in Spagna dal 16 dicembre. In una dichiarazione, Gingras ha scritto:

“Purtroppo, a seguito di una nuova legge spagnola, dovremo a breve chiudere Google News in Spagna. Lasciate che vi spieghi perché. Questa neo normativa prevede che ogni nuova testata iberica faccia pagare servizi come Google News per mostrare anche il più breve frammento del loro testo, indipendentemente dal fatto che esse vogliano farsi pagare o no. Poiché lo stesso Google News non genera ricavi (non mostriamo alcuna pubblicità sul sito) questo nuovo approccio è assolutamente insostenibile. Pertanto, è con grande dispiacere che il 16 dicembre (prima dell’entrata in vigore della nuova legge a gennaio) rimuoveremo gli editori spagnoli da Google News e chiuderemo il servizio nel paese iberico.”

“Da secoli, gli editori hanno difficoltà nella distribuzione delle copie stampate. Internet ha cambiato tutto, creando incredibili opportunità ma anche sfide concrete per gli editori, che hanno visto aumentare la competizione nell’attrarre lettori e investimenti pubblicitari. Continueremo a impegnarci per aiutare l’industria dell’informazione ad affrontare queste sfide e speriamo di continuare a collaborare con i milioni di partner che abbiamo nel mondo, così come in Spagna, per dargli una mano ad aumentare il numero dei lettori e il fatturato online.”

José Ignacio Wert, il ministro spagnolo dell’Istruzione, della Cultura e dello Sport, ha bocciato l’iniziativa di Google come “una decisione finanziaria” che non è stata influenzata dalla nuova legge. In una dichiarazione in cui lascia intendere di non aver capito esattamente come Internet di fatto funzioni, Wert ha detto:

“È importante notare che nonostante la sospensione del servizio Google News, l’accesso alle informazioni su Internet continua a essere garantito. Si può accedere direttamente alle informazioni sui siti web dei quotidiani o indicizzando le notizie sui motori di ricerca e i contenuti di altri aggregatori.

” Il ministro ha inoltre asserito che la nuova legge spagnola è “una regolamentazione pionieristica a livello europeo”, che “traccia un percorso chiaro” che il resto dell’Europa deve seguire.

In realtà, la decisione di Google di interrompere il suo servizio di notizie in Spagna avrà dei potenziali effetti disastrosi per il settore dei media iberici.

Un utente di Twitter ha sintetizzato il problema in questo modo: “I quotidiani spagnoli hanno stretto un patto suicida, hanno invitato Google a premere il grilletto. E Google lo ha fatto.”

The Spain Report, il servizio di notizie online, ha scritto:

“La decisione di Google di spegnere il suo servizio News in Spagna – il colosso potrebbe difficilmente accettare di pagare una tassa sui link, che sono un elemento fondamentale di Internet – inciderà su tutti i quotidiani spagnoli, non solo su quelli appartenenti all’Aede, la potente associazione degli editori, che ha esercitato molte pressioni per la nuova legge. Ne saranno toccati i piccoli blogger e i siti di notizie, e i quotidiani spagnoli ora registreranno un calo relativamente forte nel traffico delle loro pagine.

“Dalla crisi economica iniziata nel 2008, i media spagnoli hanno risentito della doppia crisi economica e tecnologica come, se non di più, i giornalisti degli altri paesi. Gli ultimi dati della Federazione spagnola delle Associazioni dei Giornalisti (Fape) mostrano che 11.145 giornalisti sono stati licenziati e un centinaio di organi di informazione sono stati chiusi dal 2008. Sono stati colpiti la stampa gratuita, le edizioni cartacee e i principali quotidiani come El Mundo ed El Pais e l’emittente di Stato TVE.

” Alfredo Pascual, un giornalista tecnologico, ha osservato che i dirigenti dei media spagnoli “non sono nella posizione” di fare domande su Google perché i suoi servizi sono “loro indispensabili per mangiare domani, e non viceversa”. Egli ha aggiunto che lo spirito della nuova legge “non è in realtà il compenso, lo è, invece, estorcere denaro a Google”.

Pascual ha detto che è giunto il momento per gli europei “di smettere di paragonare Google alle Nazioni Unite, un’organizzazione internazionale neutrale, e di cominciare a vederla per quel che è, ossia una multinazionale privata che può fare ciò che vuole e trarre profitto dai suoi prodotti e servizi”.

Secondo Pascual:

“Che piaccia o no, è Google che tira le fila in Spagna e il 98,9 per cento degli utenti spagnoli di Internet sarebbero d’accordo con questo. Gli editori dei quotidiani spagnoli dovrebbero essere grati che un agente esterno spinga gratuitamente i lettori verso le loro testate. E chi non è d’accordo dovrebbe “mettere il broncio e andarsene a casa”. Chiedere a Google di pagare è una mossa sconsiderata promossa da chi non conosce affatto le regole. Il risultato finale della Google Tax è il seguente: nessuno viene pagato, i media perdono traffico e gli utenti di Internet perdono un servizio importante.”

Non è questa la prima volta che Google incontra dei problemi in Spagna. Nel dicembre 2013, il governo spagnolo ha multato Google per 900.000 euro (1 milione di dollari) accusandolo di aver violato le leggi spagnole sulla protezione dei dati personali. Nel maggio 2014, la Corte di Giustizia Europea ha stabilito che Google rimuovesse le informazioni storiche sui cittadini europei in modo che questi non “siano perennemente o periodicamente stigmatizzati come conseguenza di una specifica azione compiuta in passato”.

Il caso del “diritto all’oblio” è stato sollevato da Mario Costeja González, un cittadino spagnolo, che aveva chiesto a Google di rimuovere un link che collegava il suo nome a un articolo del 1998 del quotidiano barcellonese La Vanguardia, che parlava di un immobile messo all’asta per un debito non pagato allo Stato che Costeja aveva però successivamente saldato. Da quando è stata emessa la sentenza della Corte di Giustizia Europea, Google ha ricevuto 185.000 richieste da persone di tutta Europa per rimuovere i link ai materiali on-line, come previsto dal report sulla trasparenza dell’azienda.

Nel novembre scorso, gli organi di controllo dell’Unione Europea hanno detto che “il diritto all’oblio” dovrebbe essere applicato non solo ai siti locali europei di Google, ma al “mondo intero”. Google sta affrontando problemi anche in altre parti dell’Europa, dove il suo motore di ricerca controlla approssimativamente il 90 per cento del mercato. In Germania, dove Google ogni mese produce oltre mezzo miliardi di click sui siti tedeschi di news, nell’agosto 2013 è entrata in vigore una nuova legge sul diritto d’autore che prevede che Google e altri aggregatori di Internet paghino per l’uso dei contenuti editoriali sui propri siti.

Ma a differenza della legge spagnola, gli editori tedeschi possono rinunciare al diritto di esigere i pagamenti, in modo da non perdere il traffico che Google indirizza loro. Di conseguenza, Google mostra su Google News solo il materiale di quegli editori che gli permettono di pubblicare i loro contenuti senza chiedere il pagamento dei diritti. Gli editori che rifiutano di accettare queste condizioni sono esclusi dal servizio di aggregazione di notizie. La nuova legge è il frutto di un’intensa campagna di pressioni avviata dai più importanti editori tedeschi, come l’Axel Springer SE, che non ha dato a Google il permesso di collegarsi ai suoi siti di news.

In una lettera aperta indirizzata al presidente di Google, Eric Schmidt, l’amministratore delegato del gruppo Axel Springer, Mathias Döpfner, ha scritto:

“Google ci fa paura. Questo lo dico chiaramente e con franchezza perché pochi dei miei colleghi osano farlo pubblicamente.”

Nel novembre scorso, però, il colosso tedesco dell’editoria digitale ha fatto marcia indietro dopo che il traffico verso i propri siti ha registrato un crollo. Il gruppo editoriale ha detto che il traffico generato dai click sui risultati di ricerca è diminuito del 40 per cento e il traffico proveniente da Google News si è ridotto dell’80 per cento. In un’intervista alla Reuters, Döpfner ha dichiarato che la sua azienda si sarebbe “autoesclusa dal mercato” se avesse perseguito nella sua linea di richiedere a Google di pagare i costi di licenza.

In Francia, Google ha raggiunto un accordo nel febbraio 2013, versando 60 milioni di euro (75 milioni di dollari) in un fondo per aiutare gli editori francesi a sviluppare la loro presenza in rete. Tuttavia, nel gennaio 2014, la CNIL, la Commissione nazionale dell’informatica e delle libertà, ossia l’authority francese per la protezione dei dati personali, ha multato Google per 150.000 euro (185.000 dollari) dopo che il colosso aveva ignorato un ultimatum di tre mesi in cui gli si chiedeva di conformarsi alle nuove norme sulla privacy. In Belgio, Google ha accettato nel dicembre 2012 di pagare “circa 5 milioni di euro” (6,2 milioni di dollari) per “risarcire” i quotidiani locali e i giornalisti.

Nei Paesi Bassi, gli organi di controllo olandesi hanno da poco lanciato un ultimatum, minacciando di punire Google con una sanzione pecuniaria fino a 15 milioni di euro (18,7 milioni di dollari), se non rispetterà la scadenza del febbraio 2015 per migliorare le sue norme sulla tutela privacy. A Bruxelles, il Parlamento Europeo, nel novembre scorso, ha approvato una risoluzione non vincolante, che chiede che Google non venga “spezzata”. L’ossessione che l’Europa nutre per Google potrebbe essere più che altro anti-americanismo. Secondo un’analisi pubblicata dal New York Times, “Google, equamente o no, è diventata portavoce delle critiche mosse da un invadente governo americano e delle preoccupazioni in merito a un dominio tecnologico ineguagliato dell’America.

” Tornando alla Spagna, l’Aede, che a quanto pare non ha mai contemplato l’opportunità che Google potesse chiudere il suo sito di news nel paese, ora chiede che il governo iberico e l’Unione Europea intervengano per vietare a Google di spegnere il servizio. In una dichiarazione, l’Aede ha osservato che in Spagna “Google controlla quasi tutte le ricerche di mercato e funge da vero e proprio portale di Internet”. E ha aggiunto che la chiusura del servizio Google News avrebbe “inequivocabilmente un impatto negativo sui cittadini e le imprese spagnole, data la posizione dominante di Google nel mercato iberico”.

I giornalisti spagnoli prevedono che l’Aede, destinataria dei profitti eccezionali derivanti dai pagamenti obbligatori cui è tenuta Google, possono ora dover chiedere al governo di abrogare la legge.

Aurelio Jiménez, un giornalista tecnologico spagnolo, ha scritto:

“Siamo realisti: all’Aede fanno gola i soldi che farebbe con questa legge e la decisione totalmente legittima presa da Google di spegnere il proprio servizio di news li ha colti di sorpresa. Oltre ai consumatori, i grandi perdenti saranno gli stessi media, che, scomparendo dal motore di ricerca delle notizie, perderanno il traffico (e quindi i ricavi) [generati da Google].

“Né con te, né senza di te. L’Aede vuole che Google News resti aperto, ma desidera anche che paghi una tassa. Mi chiedo che cosa aspettarsi: che Google passi attraverso le forche caudine e paghi profumatamente per un servizio di cui beneficia l’Aede? Ma all’Aede non ci vorrà un giorno per capire il suo errore. Il nostro paese è una repubblica delle banane.”

 

(*) Gatestone Institute

Traduzione a cura di Angelita La Spada