Amnes(t)y paragona Israele all’Isis

Paragonare Israele all’Isis e chiedere alla comunità dei Paesi aderenti all’Onu di non vendere più armi allo stato ebraico. Per Amnesty international, in arte “Amnesy”, si può.

Lo racconta oggi (ieri, ndr), con una certa dose di indignazione che traspare, la prima pagina del “Jerusalem post”. Cartaceo e on-line. E nel rapporto su 160 Paesi monitorati a proposito delle violazioni dei diritti umani sono dedicate ben cinque pagine a presunte atrocità compiute dai soldati di Gerusalemme e poche righe ai razzi di Hamas sulla popolazione civile. Si gioca come al solito sull’equivoco dei 2000 morti nei bombardamenti del luglio 2014, affermando che ben 1500 erano civili. Ma senza specificare se, anche senza la divisa militare, non portassero o nascondessero armi pesanti: dal kalashnikov ai razzi anticarro. O se per caso non fosse da addebitare ad Hamas la responsabilità di mettere bambini, anziani e donne come scudi umani sugli obiettivi che l’esercito e l’aviazione israeliana dovevano colpire per eliminare il rischio mortale rappresentato dalle migliaia di razzi sparati dalla Striscia sulle città confinanti quasi ogni giorno. E nonostante gli avvisi di evacuazione dalle zone di interesse militare che precedono i bombardamenti come prassi da anni. Vallo a trovare oggi nel mondo un esercito che ti dice con il megafono: “Fra un’ora bombardiamo la zona di Kalkylia in cui si trovano i lanciamissili sui tetti... siete invitati ad evacuare le vostre abitazioni”.

Per Amnesty, quindi, il solito rapporto che non fa onore a chi lo ha curato. Che non ha usato alcuna cautela nei proclami apoditttici contro Israele. Nemmeno dopo lo scandalo, scoperto negli scorsi mesi, ma ignorato dai media mondiali, di quel personaggio (Schabas, costretto a dimettersi, ndr) da anni a libro paga di Hamas e spacciato come giudice indipendente nell’inchiesta Onu sui presunti crimini contro l’umanità addebitati al governo Nethanyahu dopo il bombardamento mirato di Gaza nel luglio 2014.

In questo “rapporto bestemmia” di Amnesty contro Israele si legge tra l’altro che “l'assalto del luglio 2014 a Gaza da parte delle forze israeliane ha causato la perdita di 2mila vite palestinesi. La grande maggioranza di questi, 1.500, erano civili”. Poi si afferma con nonchalance che la politica di Israele durante il conflitto è stata “improntata da indifferenza e insensibilità e caratterizzata dal coinvolgimento in crimini di guerra”. Che peraltro la Commissione Onu istituita ad hoc, quella da cui si è dovuto dimettere il suddetto Schabas, è ancora lungi dall’avere dimostrato. Amnesty International ha invitato la comunità mondiale a fermare i crimini di guerra e ad arrestare le spedizioni di armi a Paesi come l'Iraq, la Siria e Israele, che potrebbero servirsene per commettere “atrocità di massa”.

“Spedizioni enormi di armi sono state consegnate in Iraq, Israele, Russia, Sud Sudan e Siria nel 2014, nonostante l'altissima probabilità che queste armi sarebbero state usate contro i civili intrappolati nel conflitto”, ha detto Anna Neistat, Senior Director per la ricerca di Amnesty International.

Poi l’implicito paragone tra lo stato ebraico e l’Isis: “Quando l’Isis ha preso il controllo di gran parte dell'Iraq, ha trovato grandi arsenali, pronti ad essere raccolti dai guerriglieri. Il flusso irresponsabile di armi a coloro che abusano dei diritti umani deve fermarsi ora”. A parlare, senza minimamente provare imbarazzo per l’accostamento, sempre questa Neistat, responsabile del rapporto Amnesty sui diritti umani nel mondo del 2014. Per Israele le solite calunnie mediatiche che quando non sono direttamente targate Onu, portano l’inconfondibile impronta di Amnesty international. In arte “Amnesy”.

 

@buffadimitri