Kazakistan, lo stato  dell’“ingiustizia”

Il 30 maggio dello scorso anno, il Senato del Kazakistan ha approvato un nuovo progetto di Codice Penale, aumentando il numero di reati passabili dalla pena capitale. Il Rapporto “Nessuno tocchi Caino” del 2014 riporta il Kazakistan tra i sette Paesi abolizionisti solo per i crimini ordinari. Nel nuovo Codice Penale sono 18 i reati punibili con la pena di morte, compresi omicidio premeditato, sabotaggio e atti terroristici con effetti letali. La pena di morte è prevista anche per tradimento in tempo di guerra e per altri sette reati militari.

Grazie al lavoro di Nessuno Tocchi Caino siamo a conoscenza che dal 1990 al 2003 sono state 536 le esecuzioni effettuate nel Kazakistan. Nel dicembre del 2002, la pena di morte è stata abolita per i minori, le donne e gli uomini di età superiore ai 65 anni. Un ulteriore passo in avanti verso l’abolizione è stato l’introduzione dell’ergastolo come alternativa alla pena di morte. A partire dal gennaio del 2004, nonostante le poche, buone notizie pertinenti specificamente lo stato della pena di morte, molte sono le problematiche presenti nel Paese riguardanti sia lo stato della giustizia, l’esercizio della tortura, sia lo stato di imparzialità del governo della magistratura. Il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura ha sottolineato l’utilizzo sistematico della tortura come arma di persuasione, per estorcere confessioni da parte della autorità del Kazakistan. I rapporti della Fondazione “Open Dialog” riportano che le vittime di tortura e i difensori dei diritti umani devono esercitare notevoli sforzi al fine di indurre gli uffici delle procure ad aprire procedimenti penali contro i rappresentanti delle forze dell’ordine. Nella maggior parte dei casi, i giudici riconoscono testimonianze ottenute, dalle forze dell’ordine, attraverso l’esercizio della tortura.

Il 21 ottobre del 2014, una Corte del Kazakistan ha rifiutato di rispettare la decisione del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura in relazione al caso di Oleg Yevloyev. Sul finire del 2013, Yevloyev è stato oggetto di una dura tortura esercitata dalla polizia di Astana. Il Comitato delle Nazioni Unite ha chiesto al Kazakistan di condurre delle indagini serie e imparziali, al fine di individuare i responsabili delle azioni criminali nei confronti di Yevloyev. Nell’ottobre del 2014, la Corte distrettuale di Astana ha rifiutato di conformarsi alla decisione del Comitato delle Nazioni Unite. Il numero di testimonianze e dichiarazioni, per quanto riguarda l’utilizzo della tortura nelle stazioni di polizia e nelle carceri del Paese è in crescita, anche nel corso del 2015. Rapporti di Organizzazioni non governative sull’utilizzo sistematico della tortura, come ha riscontrato la Fondazione “Open Dialog”, evidenziano che continuano ad essere presenti tali violazioni e risulta aumentata inoltre la percentuale di coloro che non hanno fiducia nei confronti della polizia. Nel 2011, in Kazakistan sono state segnalate 52 denunce per esercitata tortura, nel 2012 sono state segnalate 602 denunce per tortura e nel 2013 la coalizione delle Ong del Kazakistan ha ricevuto 410 segnalazioni di utilizzo da parte delle Istituzioni della strumento della tortura. Le pene detentive per i condannati per l’esercizio della tortura sono inesistenti o relativamente brevi. Nel 2013, 31 persone sono state condannate: 3 persone hanno ricevuto una pena ad un anno di reclusione, 22 una condanna detentiva da 1 a 3 anni, 5 persone hanno ricevuto una condanna da 3 a 5 anni e una persona è stata condannata al pagamento di una multa.

Preoccupanti sono i risultati dei rapporti delle Ong riguardanti l’utilizzo del trattamento psichiatrico come metodo di pressione esercitato sui detenuti perseguitati per motivi politici. Il 2 luglio del 2014, l’avvocato e attivista per i diritti umani Zinaida Mukhortova è stato coercitivamente isolato in un ospedale psichiatrico per la quarta volta, nonostante le sentenze opposte dei tribunali anche nel corso dei casi precedenti. Solo uno sforzo unitario e internazionale da parte dell’Unione europea, dell’Osce e delle Nazioni Unite può indurre ad un cambiamento nel Paese nel rispetto della dignità umana e per migliorare la sorte dei prigionieri politici.