La crisi migratoria ucciderà il sogno europeo?

venerdì 11 settembre 2015


L'abbattimento delle frontiere e la libera circolazione delle persone costituivano la visione centrale del progetto dell'Unione Europeo. Ma se oggi si guarda ovunque in tutto il continente, quella visione sta diventando un incubo. Il flusso di profughi e migranti che attraversano il Mediterraneo sta interessando tutti i paesi europei e creando nuove realtà allarmanti.

Lungo il confine con la Serbia, il governo ungherese ha ordinato la costruzione di una recinzione per cercare di tenere fuori il fiume di migranti: una struttura temporanea costituita da rotoli e rotoli di filo spinato. Al confine tra l'Italia e l'Austria, ci sono folle di gente senza precedenti, dal momento che le autorità austriache si rifiutano di accogliere i migranti. A Calais, c'è un vero pandemonio, perché i migranti assiepati nel porto francese cercano di entrare nel Tunnel della Manica o di trovare il modo di giungere in Gran Bretagna. E nella cittadina di Heidenau, dell'ex Germania Est, ci sono stati notti di disordini quando gli abitanti del luogo hanno protestato contro un centro per richiedenti asilo, appiccando anche il fuoco al suo interno, e hanno fischiato la cancelliera Merkel in visita nella zona. Il suo governo ha appena annunciato che quest'anno si prevede che 800.000 migranti entrino nel paese.Ovunque, il clima politico sta cambiando. Negli ultimi anni, la Svezia ha accolto una quota maggiore di migranti di quella prevista. Il suo governo si vanta con orgoglio di essere d'esempio. Ma gli ultimi sondaggi d'opinione mostrano che i "Democratici svedesi" (SD) contrari all'immigrazione sono in testa rispetto agli altri partiti. Fino a poco tempo fa, il numero dei loro sostenitori era ridotto.

Altrove, la situazione è difficile. La Polonia, la Repubblica ceca e la Slovacchia hanno annunciato nei giorni scorsi che non accoglieranno più migranti musulmani. Questa decisione potrebbe violare le politiche dell'UE in materia di migrazione e di asilo politico, ma tutti e tre i paesi continuano a dire che d'ora in poi accoglieranno solo profughi cristiani provenienti dalla Siria. E va detto che questi sono paesi che "risentono" poco del problema. Ai sensi del Trattato di Dublino, i profughi devono richiedere asilo nel primo paese dell'Unione Europea in cui hanno fatto ingresso, pertanto, sono l'Italia e la Grecia ad avere maggiore responsabilità. A marzo, il ministro della Difesa greco ha minacciato gli altri paesi membri dell'UE che avrebbe inondato il resto dell'Europa di migranti, compresi di combattenti dell'Isis, se non avessero fatto di più per aiutare le finanze greche. A giugno, il governo italiano ha avvertito di voler rilasciare ai migranti visti per poter viaggiare ovunque nell'Unione Europea.

Queste minacce non sono affatto in linea con l'ambizione dichiarata dell'UE di "un'unione sempre più stretta tra i paesi membri". Esse sono come una pistola puntata alla testa dell'integrazione europea. Naturalmente, la migrazione attraverso il ventre molle dell'Europa non è una storia nuova. Ad essere nuovi sono la portata dei movimenti e l'inadeguatezza della risposta. Quest'anno ha già registrato fino ad oggi il più grande afflusso di migranti, e non se ne intravede ancora la fine. Non è solo la terribile situazione umanitaria in Siria e in Eritrea a causare la crisi, è anche la gente proveniente dall'Africa sub-sahariana, e non solo, che è in cerca di una vita migliore per sostenere le proprie famiglie. Il caos in Libia rende difficile affrontare il problema dei punti d'uscita, da dove partono i barconi. Ma è poco probabile che la situazione in quei paesi cambierà tanto presto. Non dipende dall'Europa stabilizzare la situazione in Siria e in Eritrea (tanto per dirne due) e innalzare il tenore di vita in tutta l'Africa sub-sahariana e nel resto della regione. Chi pensa che sia compito dell'Europa risolvere i problemi di questi paesi, così come nei propri, è ingenuo come coloro che pensano che il problema inizi a Calais. La sfida, tuttavia, richiede una risposta globale che non è assolutamente presa in considerazione.

Esistono dei motivi di questa paralisi. Ad oggi, chiedersi "cosa fare" rimane politicamente tossico per ogni influente politico dell'Unione Europea. Durante l'estate, il premier britannico David Cameron ha parlato di "sciame" di migranti a Calais. I suoi avversari politici hanno criticato e denunciato il suo linguaggio "offensivo". Ma che possibilità ci sono di proporre quel tipo di mentalità coraggiosa che dovremo prendere in considerazione in Europa, se limitiamo la nostra risposta alla crisi a un gioco linguistico? La prima sfida potrebbe essere quella di incoraggiare i migranti a non allontanarsi molto dai paesi dai quali fuggono. Il professor Paul Collier Paul Collier, di recente, ha proposto la creazione di posti lavoro in Giordania, con l'aiuto dell'Unione Europea, per assicurare che i profughi siriani (che costituiscono il 40 per cento dei recenti arrivi nell'UE) siano motivati a rimanere nella regione. Questo, non solo offre loro una migliore possibilità di integrazione, ma gli facilita il ritorno in patria, se e quando la situazione migliorerà. Progetti del genere potrebbero essere presi in considerazione in altre aree.

Vi è inoltre un urgente bisogno di ottimizzare il processo volto a operare una distinzione tra i veri profughi e i migranti economici. L'attuale processo non è adatto allo scopo – qualcosa che è aggravato dal fatto che una volta accolte queste persone in Europa, sarà assai difficile poi mandarle via, chiunque esse siano. Sarebbe più opportuno per i paesi dell'Unione Europea non fare entrare i migranti in Europa, cercando intanto di scoprire chi sono (la maggior parte di loro è priva di documenti d'identità) per poi vagliare la legittimità della loro richiesta. L'UE potrebbe prendere in considerazione l'ipotesi di un pagamento da parte dei paesi del Nord Africa per garantire tali centri di accoglienza. Tunisia e Marocco sono un'evidente possibilità. Magari il governo francese potrebbe negoziare con gli algerini. A meno che qualcuno non desideri tornare in Libia, questi sono i partner con cui si potrebbe lavorare.

Una volta che i legittimi profughi arrivano in Europa, sarà anche essenziale creare un sistema in materia di permessi di soggiorno più sfumato, anziché uno valido per tutti. Quindi, oltre ai permessi di soggiorno permanenti per rimanere nel Vecchio Continente, dovrebbero anche esserci dei visti temporanei, validi esclusivamente nel paese in cui sono stati rilasciati e fino alla data di scadenza. Questi sono alcuni suggerimenti da adottare prima o poi. In privato, molti legislatori se ne rendono conto. Ma mentre i leader europei continuano ad aspettare che tali idee vengano accettate politicamente, il problema viene eluso. Invece, è arrivato il momento per loro di prendere in mano la situazione. Se non ci riusciranno, allora in tutta Europa saranno erette recinzioni e almeno una parte del sogno europeo, se non di più, potrebbe essere spezzato per sempre.

* Gatestone Institute

Traduzione di Angelita La Spada


di Douglas Murray (*)