Israele sotto attacco nel silenzio assordante

Sono ormai diversi giorni che rimango sgomento mentre vedo cittadini israeliani costretti ad affrontare attacchi casuali, alcuni mortali, da parte di assalitori palestinesi per le strade dei loro paesi e delle loro città. Dei bambini sono rimasti orfani, dei genitori hanno perso figli e i sopravvissuti sono rimasti senza dubbio segnati per tutta la vita.

Ho atteso per vedere se il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas - le cui bugie a proposito della decisione di Israele di modificare lo status quo di un luogo santo musulmano hanno contribuito a scatenare i disordini - avrebbe deciso di calmare la situazione o di gettare benzina sul fuoco. Ho seguito le acrobazie giornalistiche di alcuni media principali, come la Bbc ed il New York Times, che evitano in tutti i modi di chiamare le cose con il loro nome nel raccontare i fatti, confondendo la distinzione tra piromani e vigili del fuoco. Ho osservato la comunità internazionale languire in silenzio o, nella migliore delle ipotesi, rilasciare timide dichiarazioni chiedendo “moderazione” ad entrambe le parti, evitando accuratamente di prendere posizione. E mi sono chiesto, non per la prima volta, cosa debba accadere perché il mondo si svegli e riconosca - senza equivoci, ricorsi a equivalenza morale, o incomprensibili linguaggi diplomatici - che Israele, l’unica democrazia liberale in Medio Oriente, si trova ad affrontare una violenza che deve essere condannata in modo inequivocabile, e che, come ogni altra nazione, ha l’obbligo di difendersi.

È impressionante notare come alcune persone nei governi, nei media, o nei centri studi, che sono di norma intelligenti e premurose, sembrano improvvisamente perdere le loro facoltà critiche quando si tratta di questi problemi. Ricorrono invece ad un meccanismo di risposta pavloviano che rifiuta di accettare qualunque legittimità della posizione di Israele e difende ciecamente qualunque narrazione venga proposta da parte palestinese. Con questa mentalità, se gli israeliani vengono uccisi o accoltellati, devono aver fatto qualcosa per “meritarselo”. Se le autorità israeliane mobilitano l’esercito e la polizia per fermare il terrorismo, allora, per definizione, Israele usa una “forza eccessiva”. Poco importa quanto siano infiammatori i discorsi del presidente Abbas alle Nazioni Unite, rimane sempre un “uomo di pace”. Poco importa quante volte i leader israeliani chiedano di sedersi al tavolo dei negoziati con i palestinesi, Israele è sempre bollato come “ostacolo” alla pace.

Vogliamo finalmente cominciare a vedere le cose come realmente sono, e smetterla di vivere in un mondo costruito di illusioni e falsità? Alcuni degli individui che esprimono questi punti di vista, e le istituzioni che rappresentano, sono senza dubbio accecati dall’ideologia. Dentro di loro, sanno di non poter sopportare il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione, mentre elevano i palestinesi su un piedistallo politico. Altri invece sperano di vedere un accordo a due Stati, che permetta ad israeliani e palestinesi di perseguire le loro aspirazioni nazionali uno accanto all’altro, e non ho motivo di dubitare della loro sincerità. Mi permetto però di mettere in dubbio la loro strategia. Mentre non esitano a spingere, stuzzicare e criticare Israele quando credono, a torto o a ragione, che Israele non agisca nello spirito di una visione a due Stati, rimangono troppo spesso in assordante silenzio riguardo al comportamento di parte palestinese (incluso quello di questi giorni).

Questo doppio standard rappresenta il massimo dell’accondiscendenza o, addirittura, dell’infantilismo. Indulgendo i palestinesi, razionalizzando ogni loro passo falso, coccolando i loro leader, affiancando i loro passi unilaterali alle Nazioni Unite e altrove, ignorando l’incitamento e la glorificazione dei “martiri”, e trovando per loro delle scuse ogni volta che rifiutano un’offerta a due Stati da parte di Israele, queste sedicenti anime belle stanno rendendo il raggiungimento di un accordo a due Stati sempre meno probabile. Dopotutto, se i palestinesi non sono tenuti ad un miglior standard di comportamento (o li si crede tranquillamente di non esserne capaci), come potrebbero mai governare responsabilmente un loro proprio Stato e non divenire invece l’ennesima, antidemocratica, instabile nazione araba? E se questa è la prospettiva, perché mai dovrebbe Israele, che si trova nel bel mezzo di una regione in subbuglio che pare poter solo peggiorare, credere che l’attuale leadership palestinese possa essere un partner affidabile per la pace?

A questo proposito, ho incontrato di recente il ministro degli Esteri di uno Stato sudamericano, e abbiamo discusso delle abitudini di voto del suo Paese alle Nazioni Unite sulle questioni relative a Israele. Egli ha detto con orgoglio che considera con attenzione ciascuna delle (infinite) risoluzioni prima di dare istruzioni su come votare, prestando particolare attenzione, ha sottolineato, alle implicazioni per la sicurezza di Israele. Questo mi è sembrato positivo e certamente di intenzioni sincere. Ma gli ho chiesto poi quando è stata l’ultima volta che aveva visitato Israele per vedere di persona l’evolversi della situazione sul campo e lungo le frontiere del Paese. Mi ha risposto che non c’era mai stato, ma sperava di andarci un giorno.

Perdonatemi, ma come può una persona - che si trova a migliaia di chilometri di distanza, che non ha mai visto la piccola Israele, nemmeno una volta, che non si è mai trovata al confine con il Libano per vedere sul lato opposto le forze di Hezbollah appoggiate dall’Iran, che non ha mai viaggiato alla frontiera di Gaza per capire la vicinanza di Hamas, che non si rende conto che le cellule islamiche operano in Cisgiordania a pochi chilometri dai centri abitati israeliani, che non ha mai guardato oltreconfine in Siria, dove l’unica cosa che mette tutti i belligeranti d’accordo, dall’Isis alle forze di Assad, è il loro odio per Israele - determinare ciò che è o non è nell’interesse della sicurezza di Israele? Però, con tutto il mio dolore per gli attentati in Israele, e tutta la mia disperazione per le reazioni (e la loro mancanza) della comunità internazionale, c’è una cosa che mi dà speranza: Israele stesso.

Non importa quale sia il pericolo, Israele rimane in piedi e indomito. Si difenderà come si deve, e allo stesso tempo mostrerà al mondo - che si trova ad affrontare i suoi terrorismi - come ci si comporta di fronte al terrorismo. Continuerà a desiderare una pace duratura, anche se i suoi avversari reclamano sangue ebraico. E il popolo di Israele non cesserà per un solo momento a vivere ed a partecipare, in uno dei Paesi più interessanti, innovativi e creativi del pianeta. Quattordici anni fa, all’indomani di un attacco ad una discoteca di Tel Aviv da parte di un terrorista palestinese che uccise 21 giovani, qualcuno scrisse sulla parete carbonizzata: “Non ci faranno smettere di ballare”.

Ecco, di questo io sono certo.

 

(*) Direttore esecutivo Ajc - American Jewish Committee