Il pasticcio armeno

martedì 26 luglio 2016


Il fallito golpe in Turchia ha catturato l’attenzione dei media internazionali, ma la vicina Armenia ha vissuto negli stessi giorni la crisi interna più seria e pericolosa dalla dichiarazione di indipendenza del settembre 1991.

Una stazione di polizia alla periferia della capitale Erevan era stata presa d’assalto da una ventina di uomini armati appartenenti al gruppo ultra-nazionalista “Sasna Tsrer”, che avevano catturato diversi agenti di polizia e alcuni alti ufficiali che si trovavano in quel momento in visita alla caserma, tra i quali il vice capo della polizia nazionale e il vice capo della polizia di Erevan. Durante gli scontri è morto un poliziotto e altri agenti sono rimasti feriti. Gli insorti chiedevano la liberazione di Jirair Sefilian, capo di Sasna Tsrer e popolare eroe della guerra in Nagorno-Karabakh. Di genitori armeni, Jirair Sefilian è nato in Libano, dove ha militato da giovanissimo come attivista del partito armeno e ha combattuto durante la guerra civile nel 1980 nei ranghi delle Falangi Libanesi. Si è poi trasferito in Armenia per prendere parte alla guerra contro l' Azerbaigian per il controllo della regione contesa del Nagorno-Karabakh, distinguendosi per atti di coraggio e guadagnandosi grande seguito tra i soldati armeni. Da sempre feroce critico del governo ed in particolare del potente presidente della Repubblica, Serž Azati Sargsyan, Sefilian era stato arrestato nel 2006 e imprigionato per 18 mesi dopo essere stato accusato del tentativo di rovesciare il governo con la violenza. Era stato nuovamente imprigionato nel 2015, di nuovo per tentativo di colpo di Stato.

Agli inizi di giugno la polizia lo aveva arrestato per l’ennesima volta, nell’occasione per possesso illegale di armi e con l’accusa di voler occupare edifici governativi e centri di telecomunicazione. Un arresto ritenuto da molti politicamente motivato che aveva fatto infuriare i suoi numerosi seguaci. Sefilian è ritenuto dal governo armeno molto scomodo per la sua posizione intransigente di opposizione a qualsiasi possibile accordo con l’Azerbaigian per la questione del Nagorno-Karabakh, nervo scoperto di migliaia di Armeni. Gli assalitori della stazione di polizia che hanno tenuto per giorni con il fiato sospeso l’intera Armenia, oltre alla liberazione del loro leader, chiedevano la scarcerazione di altri prigionieri politici e le dimissioni del presidente armeno Sargsyan.

Dopo che la notizia dell’assalto alla caserma della polizia si è diffusa, migliaia di persone, sostenitori di Sasna Tsrer e reduci della guerra in Nagorno-Karabakh, sono scesi in piazza per manifestare in protesta contro il governo ed a favore degli insorti. A mobilitare molte persone sono stati anche diversi video, foto e testimonianze di abusi perpetrati dalla polizia contro i manifestanti, diffusi sui social network, e le centinaia di fermi ed arresti, da molti ritenuti arbitrari, effettuati dalle forze di sicurezza nelle settimane scorse. La polizia ha reagito con estrema durezza, utilizzando idranti, granate stordenti e gas lacrimogeni. I manifestanti allora hanno attaccato gli agenti con un massiccio lancio di pietre e bottiglie molotov ed erigendo barricate con auto rovesciate, in una lunga guerriglia urbana andata avanti per ore. Solo l’intervento massiccio della polizia antisommossa ha bloccato i manifestanti. Almeno 51 persone, tra cui 25 poliziotti, sono rimaste ferite negli scontri. Decine di arresti in tutta la città e almeno 15 parlamentari del partito moderato di opposizione “Accordo civile”, compreso il popolare deputato Nikol Pashinyan, segretario del partito e alleato in parlamento di Sefilian, figurano tra gli arrestati.

Quando già si stava temendo per una inversione autoritaria in Armenia e una fine tragica degli ostaggi, la svolta: gli insorti asserragliati nella caserma della polizia hanno chiesto e ottenuto, per la liberazione degli ostaggi, di incontrare i media e la stampa. Infine, le ultime quattro persone nelle mani degli insorti sono state rilasciate dopo una lunga trattativa condotta dal generale Vitaly Balasanyan, capo delle forze popolari armene in Karabakh ed eroe della guerra di liberazione, che è riuscito finalmente a convincere gli assalitori. Tutti liberi e l’Armenia si è risvegliata da un brutto incubo.


di Paolo Dionisi