Centrale di Metsamor: tragedia annunciata

mercoledì 31 agosto 2016


Negli ultimi anni si è assistito inermi a terremoti e catastrofi naturali in ogni parte del mondo. Servono vittime e distruzione a ricordarci che la terra è viva, si muove, talvolta si ribella. Il terremoto che ha devastato l’Italia centrale dimostra ancora una volta la vulnerabilità dell’uomo nei confronti della natura. Catastrofi come questa non possono essere previste, nonostante la scienza abbia fatto grandi progressi nella ricerca e nello studio dei fenomeni geologici. Ma esistono tragedie che, al contrario, si possono evitare: qualcuno le chiamerebbe le “tragedie annunciate”. Molti sanno che qualcosa potrebbe accadere, ma la verità viene messa a tacere, perché il silenzio è l’unico mezzo per coprire l’intreccio di interessi economici e politici che si nascondono dietro la scelta incivile di sottoporre intere popolazione alla minaccia di un cataclisma. Rompere questo silenzio è un dovere di tutti coloro che sanno, o quanto meno immaginano.

Ed ecco che nel cuore del Caucaso, a cavallo tra l’Europa e l’Asia, esiste una città che conta poco più di 10mila abitanti, si chiama Metsamor. Questa piccola cittadina situata in Armenia, a soli 16 chilometri dal confine con la Turchia e 120 dal confine con Azerbaigian e Georgia, è tristemente nota alla popolazione del Caucaso per ospitare quella che viene definita “la centrale nucleare più pericolosa al mondo”, la centrale di Oktemberyan, meglio conosciuta come centrale nucleare di Metsamor, come denuncia l’Organizzazione non governativa “Stop Metsamor Coalition”.

La centrale di Metsamor fu costruita in epoca sovietica, agli inizi degli anni Settanta, in una delle aree a più alto rischio sismico. Non è un caso che nel 1989 lo stesso governo sovietico decise di chiuderla a seguito di un catastrofico terremoto che colpì l’Armenia e che causò oltre 25mila vittime. L’epicentro del sisma si trovava a soli 75 chilometri dalla centrale. Dopo 16 anni dalla sua chiusura, nel 1995, a seguito del crollo dell’Unione Sovietica e dell’urgente fabbisogno energetico della popolazione armena, rimasta ormai geograficamente isolata a causa dei conflitti con i paesi confinanti Turchia e Azerbaigian, il governo decise di riattivare la centrale di Metsamor.

Da lì ad oggi la storia è lunga e corredata di promesse non mantenute, ricorda l’Ong “Stop Metsamor Coalition”. La centrale copre il 40 per cento dell’attuale fabbisogno energetico del Paese. Nonostante le pressanti richieste delle istituzioni internazionali, degli ambientalisti e delle comunità scientifiche a trovare forme alternative di approvvigionamento energetico, seguite anche da proposte di supporti economici, il governo armeno si è sempre rifiutato di prendere realmente in considerazione la chiusura di Metsamor. Al contrario, la chiusura dapprima prevista nel 2004, poi posticipata al 1 settembre 2016, è stata nuovamente rimandata al 2026. Scelta comprensibile per alcuni, assurda ed omicida per altri, rileva l’Ong “Stop Metsamor Coalition”.

Forse non sono bastate le migliaia di vittime degli incidenti nucleari di Chernobyl e Fukushima, i perenni danni ambientali causati dalla fuoriuscita di radiazioni, le mutazioni genetiche su persone ed animali che ne sono conseguite, gli ingenti danni economici gravati sulla popolazione. Ancora una volta, è la denuncia di Stop Metsamor Coalition, le istituzioni preferiscono voltare lo sguardo altrove, sperando che nulla accada. Ma invece le cose accadono, e senza preavviso. La centrale di Metsamor, ormai obsoleta e senza i moderni requisiti di sicurezza, è e continuerà ad essere una bomba ad orologeria, non solo per la regione del Caucaso, bensì per l’Europa e per il mondo intero, protesta l’Ong. Le istituzioni internazionali, le organizzazioni della società civile e la popolazione devono mobilitarsi, si legge nell’appello della Ong, affinché la centrale di Metsamor venga definitivamente chiusa. Non si può più attendere che arrivi un nuovo terremoto a decretare la morte di migliaia di persone innocenti e l’irreversibile disastro ambientale.


di Romolo Martelloni