Iran, riflessioni dopo   la morte di Rafsanjani

L’8 gennaio è morto, all’età di 82 anni, Ali Akbar Rafsanjani.

Rafsanjani, politico cinico, è stato sempre il numero due nella gerarchia del regime khomeinista e il personaggio più importante e rappresentativo dopo il fondatore del regime fondamentalista. Non c’è però alcun dubbio che lui, fido di Khomeini, fin dall’insediamento della repubblica islamica è stato l’uomo più determinante e più attivo su tutti i fronti. Come ogni dittatura religiosa che si rispetti, la morte di Rafsanjani è accompagnata dal forte dubbio di un omicidio di Stato e, nel caso del regime sciita al potere in Iran, per avvelenamento.

Ali Akbar Rafsanjani è stato tra i principali responsabili dei crimini commessi dal regime religioso e porta con sé i misteri di quattro decenni. Rafsanjani è stata la scatola nera del regime iraniano che, grazie anche ai giochi internazionali, si è impadronito nel 1979 della magnifica rivoluzione laica degli iraniani che sognava la democrazia. Di giochi politici tra emissari di Jimmy Carter ed i rappresentanti di Khomeini a Parigi ed a Teheran si è parlato in passato e i recenti documenti della Cia non lasciano molti dubbi sull’apporto dell’Occidente nell’insediamento dello Stato islamico in Iran. Il progetto dell’islamizzazione del Medio Oriente, ideato e architettato da Zbigniew Brzezinski a capo della Commissione triangolare, parte dagli inizi degli anni Settanta e, quando questi diventa Consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter nel gennaio del 1977, si materializza sulla pelle del fiero e sfortunato popolo iraniano. Brzezinski è stato un consigliere molto ascoltato dal presidente Barack Obama. Lungo un secolo della storia dell’Iran mai un regime è stato così assiduamente sostenuto dall’Occidente e il presidente uscente degli Stati Uniti d’America ha messo al centro della sua politica estera l’appeasement nei confronti del regime di Teheran, aggrovigliando la drammatica situazione in Medio Oriente.

Ali Akbar Rafsanjani, che ha studiato al seminario di Qom ed è stato allievo di Khomeini, avversava lo Shah ma mai ha osato uno scontro frontale, come tutti i mullà. È stato tra i fondatori, nel 1978, dell’Associazione dei clerici combattenti e membro del Consiglio rivoluzionario nominato da Khomeini. Insieme ad Ali Khamenei e Mohammad Hossein Beheshti ha fondato, appena insediato il regime nel 1979, il Partito della repubblica islamica, sciolto nel 1987. Nel 1986 Rafsanjani aveva pensato di rispondere ad un maldestro tentativo di disgelo con gli Usa, inviando Rouhani a negoziare con una delegazione americana giunta a Teheran e capeggiata da Robert McFarlane, Consigliere per la sicurezza nazionale di Ronald Reagan: passerà alla storia come lo scandalo Irangate. È stato il primo presidente del majlès islamico e il rappresentante di Khomeini nel Consiglio supremo della Difesa e del Consiglio supremo di Sicurezza e dal 2007 al marzo del 2011 presidente dell’Assemblea di Esperti. Durante la guerra con l’Iraq fu il principale artefice degli attacchi nominati Karbala, dove persero la vita masse umane e centinaia di migliaia di studenti. Porta la responsabilità di voler continuare la guerra sino all’estremo logoramento materiale e morale ed è stato proprio lui alla fine a far accettare a Khomeini la risoluzione 598 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che decretava il cessate il fuoco, avvenuto nell’agosto del 1988, tra l’Iran e l’Iraq. L’idea di produrre la bomba nucleare nasceva proprio nel periodo della fine della guerra, quando l’inferiorità militare del regime khomeinista era diventata evidente.

Dopo la morte di Khomeini, 3 giugno 1989, è stato determinante nell’insediamento di Ali Khamenei al ruolo di leader spirituale, non avendo quest’ultimo né i presupposti religiosi né politici. Si dice che Khamenei doveva assolvere il ruolo del velayat-e faghih per dieci anni in attesa che il figlio di Khomeini, Ahmad, acquisisse l’idoneità religiosa e diventasse ayatollah. Ma Ahmad Khomeini il 16 marzo del 1995, all’età di 49 anni, ebbe un infarto e dopo due ore morì. Rafsanjani nel 1989 venne eletto presidente della repubblica dei mullà e nello stesso anno nominato, dal neo leader spirituale Khamenei, presidente del Consiglio del Discernimento.

Alla fine del secondo mandato, giugno 1997, Rafsanjani “propose” a Khamenei una riforma della Costituzione per poter continuare ad occupare la presidenza della repubblica islamica, visto il ruolo che aveva avuto nell’insediare Khamenei quale leader spirituale. Khamenei, ormai saldo al potere, aveva rifiutato la pretesa di Rafsanjani. Tra i due litiganti un terzo semisconosciuto e fiacco Mohammad Khatami vinceva contro Nategh-Nouri, il candidato preferito del leader spirituale. Dopodiché gli attriti e il braccio di ferro tra Khamenei e Rafsanjani sono diventati di dominio pubblico, anche se Rafsanjani si fermava sempre a un passo dallo scontro frontale. Nel 2005 veniva sconfitto al ballottaggio da Ahmadinejad, protetto di Khamenei. Nel 2013 dal Consiglio della Guardiani che gli ha precluso la candidatura alla presidenza. Allora Rafsanjani, uomo per tutte le stagioni, ha dato una mano molto importante all’uomo da sempre appartenente agli apparati di sicurezza del regime Hassan Rouhani. Khamenei ha dovuto inghiottire il rospo di fronte al male maggiore, cioè il ritorno di Rafsanjani.

Politico spregiudicato, dopo la morte di Khomeini da una parte ha cercato di sbiadire il timbro khomeinista presso le cancellerie occidentali, guadagnando l’appellativo di pragmatico, dall’altra ha pianificato l’eliminazione di dissidenti e intellettuali in Iran e all’estero. Gli anni Novanta da Roma a Berlino, da Istanbul a Parigi sono stati bagnati dal sangue dei dissidenti iraniani. Rafsanjani ha avuto un ruolo di primo piano nelle uccisioni di decine di migliaia dei prigionieri politici negli anni Ottanta e nel genocidio di decine migliaia dei prigionieri politici nell’estate del 1988. Durante la sua presidenza, 1989-1997, ha effettuato quella strana privatizzazione dove ha ceduto l’economia del Paese ai pasdaran. Ha messo l’economia del Paese in balia della corruzione, con un tasso di inflazione e di disoccupazione saldamente a due cifre.

Oggi chi fa affari in Iran deve ricordarsi che lo fa con i pasdaran e con il primo sponsor del terrorismo internazionale. Nel marzo del 1996 la magistratura tedesca ha condannato, tra altri, Rafsanjani con l’accusa di essere il mandante del massacro di quattro dirigenti curdi nel ristorante Mikonos di Berlino nel settembre del 1992 e la magistratura, nel 2006, ha spiccato contro di lui un mandato di cattura per implicazione nell’attentato che nel 1994 aveva causato ottantacinque morti al centro ebraico di Buenos Aires. Era proprio Rafsanjani che negli anni Novanta impartiva lezioni a tutti i musulmani di uccidere un americano ed un israeliano ovunque essi si trovassero.

Con la morte del belzebù islamico, ha ricevuto un colpo decisivo la favola del riformismo e del moderatismo in Iran, e forse verrà relegato nel dimenticatoio il delirio della convivenza del liberalismo economico con l’autoritarismo politico in Iran. In ogni caso, con la morte di Rafsanjani il regime teocratico iraniano perde uno dei suoi due pilastri e questo influenzerà a tutti i livelli il destino non molto roseo del regime.