Non dimentichiamo il genocidio di Khojaly

La cittadina di Khojaly, nel neo Stato indipendente dell’Azerbaigian, nella notte tra il 25 e il 26 febbraio del 1992, fu teatro di uno dei più gravi e drammatici eventi del conflitto del Nagorno Karabakh, tra Armenia e Azerbaigian. Nel febbraio del 1992 l’esercito dell’Armenia, con accanto le truppe ex sovietiche, iniziò un attacco contro la città. L’intento era quello di compiere un massacro, eliminare la popolazione residente nella zona, attuando una vera e propria pulizia etnica. Khojaly venne rasa al suolo. Il resoconto ufficiale delle vittime del massacro conta 613 civili azerbaigiani, tra cui 106 donne, 63 bambini e 70 anziani; 56 persone vennero uccise con particolare crudeltà. Come conseguenza di questa tragedia, 487 persone furono rese invalide e 1275 civili - inclusi donne e bambini, dopo la cattura, subirono violenze e gravi ferite fisiche, durante la prigionia. Inoltre, 150 prigionieri sparirono senza lasciare traccia. Cinquantasei civili furono uccisi con particolare brutalità e crudeltà. Le fonti parlano di vittime bruciate vive, decapitate e destinatarie dei più terribili oltraggi. Una tragedia di estrema attualità.

Occorre citare, per onestà di cronaca, i ricordi dell’attuale presidente in carica della Repubblica dell’Armenia, Serzh Sargsyan, che era capo del “Comitato della Sdf”, regime separatista illegale nel Nagorno-Karabakh, pubblicati nel libro del giornalista britannico Thomas de Waal “Black Garden: Armenia e Azerbaigian attraverso la pace e la guerra”: “Prima di Khojaly, gli azerbaigiani pensavano che stessimo scherzando. Ritenevano che gli armeni non avrebbero potuto arrecare danno alla popolazione civile. Ora si poteva rompere quello stereotipo e questo è quello che è successo”, ha riconosciuto Serzh Sargsyan. Lo scrittore armeno Markar Melkonian, nel suo libro “My Brother’s Road: an American’s Fateful Journey to Armenia” dedicato a suo fratello, il noto terrorista internazionale Monte Melkonian (che è intervenuto direttamente nella conquista di Khojaly), descrive in dettaglio come gli armeni uccisero i civili a Khojaly. Secondo lui, alcuni abitanti di Khojaly si erano rifugiati in un luogo sicuro, dopo un percorso di circa 10 chilometri, quando i soldati armeni li catturarono e li pugnalarono a morte. Nonostante il regime dell’Armenia, così come le forze ultra nazionaliste armene, propaghino pubblicamente un’ideologia di odio contro l’Azerbaigian, alcuni attivisti per i diritti umani in Armenia chiedono pubblicamente perdono al popolo dell’Azerbaigian per il genocidio di Khojaly. Tra gli attivisti armeni ritroviamo Michael Danielyan, presidente del Comitato Helsinki per i diritti umani dell’Armenia, Vahe Avetyan, giornalista e scrittore armeno, Alexander Varbedyan, filosofo e scrittore armeno e anche Georgi Vanyan, attivista politico armeno, che a causa dalla sua incessante attività tesa alla pacificazione tra la società armena ed azerbaigiana è oggetto di continue minacce di morte, rivolte a lui e alla famiglia, ed è fuggito in Germania.

Nel novembre 2016 a Baku si è svolta una conferenza di pace intitolata: “Il conflitto del Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian: gli ostacoli maggiori e il processo di mediazione. Punti di vista dell’Armenia e dell’Azerbaigian”, che ha visto la partecipazione di numerosi attivisti per i diritti umani sia dell’Azerbaigian che dell’Armenia. Prima dell’avvio dei lavori della conferenza, i rappresentanti armeni hanno chiesto perdono per il genocidio di Khojaly visitando il memoriale dedicato alla strage nella capitale azera di Baku. Ultimamente, la famosa scrittrice armena attivista sociale Anna Paytyan è entrata tra il numero di attivisti armeni che hanno pubblicamente condannato il genocidio Khojaly. Confermando che quanto avvenuto a Khojaly sia stato un genocidio, lei ha anche condannato i rappresentanti dell’autorità dell’Armenia che hanno partecipato a questo genocidio, in particolare l’attuale presidente Serzh Sargsyan per le sue dichiarazioni “abbiamo rotto lo stereotipo che gli armeni non possono toccare i bambini”, così come ha criticato duramente coloro che presentano l’assassinio di azerbaigiani come manifestazione di patriottismo e amore per gli armeni.

Gli eventi di Khojaly e altri crimini commessi dall’Armenia possono essere considerati effettivamente come crimini contro tutta l’umanità e questi crimini dovrebbero ricevere la condanna politica e giuridica meritata da parte della comunità internazionale. In attesa di un risveglio da parte di quest’ultima, possiamo costatare che numerosi armeni iniziano ad aprire gli occhi e chiedere verità e libertà, una concreta speranza di pace per il Caucaso che va sostenuta e valorizzata, soprattutto dai Paesi occidentali e dalle organizzazioni internazionali. Purtroppo, tuttavia, è evidente che le autorità armene non hanno alcuna volontà di ascoltare l’appello di attivisti e intellettuali armeni che chiedano perdono per il genocidio di Khojaly e invocano una soluzione rapida del conflitto. Anzi, sono in molti gli attivisti ad essere duramente attaccati e a subire pesanti pressioni per il loro lavoro dal regime dell’Armenia, e alcuni sono costantemente costretti a fuggire dal Paese.