Xi Jinping per cento anni?

Sui media occidentali sono apparse molte osservazioni sul recente Congresso del Partito Comunista Cinese, per lo più tese a sottolineare l’importanza assunta dal Presidente - e leader- cinese Xi Jinping, paragonato, ormai comunemente, a Deng Xiaoping e allo stesso Mao Zhedong, la cui “dottrina” starebbe imprimendo una svolta epocale alla politica di Pechino. Ulteriore apertura dell’economia al libero mercato, nuove Vie della Seta - l’ormai famosa “Belt and Road Initiative” (Bri) - più spazio alle imprese e iniziative private: questi i punti del grande, fluviale discorso di Xi Jinping sui quali si è maggiormente accentrata l’attenzione mediatica. Inevitabilmente, dato che per noi europei la Cina appare ancora essenzialmente come un colossale attore economico, ma ben di rado viene vista come un protagonista, vicino e presente, della scena geopolitica mondiale. E invece è proprio questo l’elemento nuovo, anzi rivoluzionario, che ci sembra di poter leggere nella “dottrina di Xi Jinping”: l’aperta e dichiarata volontà di Pechino di assumere un ruolo di primo piano sulla scena mondiale, superando la cautela in politica internazionale che ha caratterizzato la sua strategia sin dai tempi di Deng e delle grandi modernizzazioni.

Certo, nella visione di Xi lo sviluppo economico-industriale e il commercio internazionale restano centrali, ma vengono sempre più ridefiniti come strumenti atti alla diffusione e all’allargamento dell’influenza cinese in tutto il mondo. Lo dimostrano la crescente presenza in Africa, che vede, per la prima volta, in Sudan e Gibuti il dislocamento di truppe e basi militari con lo scopo di mettere in sicurezza quelle regioni e, di conseguenza, garantire gli interessi cinesi in loco. E anche la collaborazione crescente con Paesi dell’America Latina nella costruzione di reti di trasporto e comunicazione trans-continentali fra Atlantico e Pacifico. Lo dimostra, innanzitutto, il colossale progetto del Bri, una fitta rete di comunicazione - strade, reti ferroviarie, telematiche, pipeline - fra Cina ed Europa che dovrebbe innervare tutta l’Eurasia non solo favorendo i commerci, ma anche provocando lo sviluppo e la creazione di nuove aree di benessere in tutta l’Asia Centrale e il Caucaso. Di fatto contribuendo a depotenziare cronici e pericolosi focolai di crisi, dall’Afghanistan alle tensioni fra Azerbaigian e Armenia, sino a tutto il Medio Oriente. Mentre dall’altro lato, la Via della Seta Marittima dovrebbe coinvolgere, con positive ricadute sul loro sviluppo ed equilibrio interno, Paesi sino ad ora marginali e arretrati del sud-est asiatico, dalla Birmania al Bangladesh al Pakistan, e della Costa Orientale africana.

Una strategia economica grandiosa che, però, si traduce inevitabilmente in presenza geopolitica e in un crescente impegno di Pechino sulla scena mondiale. Di qui, da un lato, il profondo rinnovamento delle forze armate, con una sempre maggiore proiezione marittima - volta a fare della Cina una potenza talassocratica - e l’investimento in forze speciali atte a rapidi interventi anche in scenari lontani dai confini nazionali. Dall’altro la crescente attenzione al Soft Power, ovvero alla diffusione di un modello culturale specificamente cinese, e tuttavia capace di conquistare cuori e menti anche altrove. Specialmente fra popoli e culture che anelano allo sviluppo e ad uscire da condizioni di cronica debolezza e miseria, ma che non hanno sino ad oggi trovato risposta soddisfacente nel “modello globale” proposto/imposto dall’Occidente a guida statunitense.

Una “dottrina” dunque, quella di Xi Jinping, che sembra delineare all’orizzonte la nuova Cina con cui dovremo fare, in questo secolo, i conti.

(*) Senior fellow think tank “Il Nodo di Gordio