Retroscena Teologici della strage in Egitto

Il mondo intero è scioccato per le più di trecento vittime dell’assalto jihadista di venerdì scorso, in una moschea del Sinai egiziano. Un efferato sterminio perpetrato da musulmani nei confronti di altri musulmani che ha suscitato unanime sdegno e ribrezzo.

Ma, tra tutti i comenti che ne sono seguiti mi hanno fatto particolarmente riflettere le parole di Papa Francesco e quelle del grande Imam dell’università al-Azhar del Cairo. Il primo si è detto “profondamente rattristato per la perdita di vite umane causata dall’attacco terroristico”, denunciando quindi piena condanna nei confronti della malvagia violenza impiegata dai terroristi, ma astenendosi dall’esprimere qualsiasi giudizio sull’ideologia religiosa che vi è all’origine. Mentre lo sceicco Ahmed al-Tayyb lascia intendere che in ambito universitario “si sta cercando di proporre una visione dell’Islam post-wahhabita e post-salafita”. Nella sostanza, all’urlo disperato di Papa Francesco al mondo intero: “basta violenza!” tralasciando qualsiasi menzione della radice interiore di ciò che è all’origine di tale violenza, fa eco il teologo per eccellenza del mondo sunnita che sembra quasi gli risponda: “Non ti preoccupare, Francesco, ci stiamo pensando noi!”.

Un segnale di speranza e di riapertura al dialogo, dopo la visita di Papa Francesco al Cairo del maggio scorso avvenuta dopo più di un decennio di silenzio tra le due religioni. Ma, nelle parole di Tayyb c’è indubbiamente qualcosa in più. Da quando è nato l’Islam (622 d.C.), infatti, è la prima volta che si pone l’accento sull’apertura al dialogo, interno alle molte fazioni esistenti, sull’interpretazione dei sacri testi: il Corano e le Hadith sulla tradizione del Profeta Maometto.

In particolare la “visione” dell’Islam che è professata dai jihadisti di Isis, innestandosi in un substrato di fondamentalismo Wahabita saudita (risalente alla fine del 1700), trova le sue origini per l’intero mondo sunnita a partire dal primo decennio del secolo scorso, con l’affermarsi dell’ideologia fondamentalista del filosofo/teologo contemporaneo egiziano Sayyid Qutb (1906-1966). Autore del ancor oggi più diffuso e noto commentario al Corano, e ideologo dei Fratelli Musulmani (e con ogni probabilità anche dell’Isis): L’Islam è la religionedell’unificazione tra tutte le forze dell’essere: è la religione dell’Unicità. L’unico suo scopo è determinare il significato dell’adorazione di Dio nella vita umana secondo il Corano. (...) La realizzazione di questo scopo rimane impossibile sino a quando distingueremo nella nostra vita due parti: la materiale e la spirituale. L’Islam unifica l’atto del culto e l’atto sociale, il Dogma e la Legge, lo spirito e la materia, i valori economici e quelli essenziali, l’aldiquà e l’aldilà, la Terra e il Cielo”.

Questa imprescindibile sottomissione dell’uomo al Messaggio Divino, unita all’ancora più antico precetto di “increatività” del Corano di Ghazaliana memoria (*), ribadito in modo ancora più dogmatico dal teologo Ibn Taymiyya (**), ha imposto e confermato nel tempo il solo mero apprendimento mnemonico dei testi Sacri, vietandone qualsiasi interpretazione personale raziocinante. Nella sostanza, da Al Gazali in poi, soprattutto nel mondo sunnita, fu eliminata ogni possibilità di unire la logica all’interpretazione del Corano, dando libero sfogo sia all’ortodossia sia, ancor di più, alla rigidità del comportamento violento di chi professa la Jihad alla ricerca della Società islamica perfetta!

Quanto asserito, dunque, dal teologo per eccellenza del mondo sunnita, l’Imam Ahmed al-Tayyb, con la sua visione dell’Islam post-wahhabita e post-salafita può essere interpretato come un’apertura ufficiale nei confronti di “eretici” sunniti che già nel recente passato si erano espressi per un’umanizzazione e contestualizzazione della lettura dei testi Sacri Islamici. Il teologo Sudanese Mahmud Muhammad Taha, che credeva necessaria la separazione tra religione e Stato, oltre al fatto che le sure medinesi (le più politiche del Corano) corrispondevano ai quadri mentali, sociali e psicologici di una società operante nel VII secolo, fu condannato a morte per “eresia” e impiccato in una pubblica piazza nel 1985!

Ancora più recente è l’egiziano Nasar Hamid Abu Zayd, purtroppo costretto a espatriare e trovare rifugio in Olanda nel 1995. L’ermeneutica coranica da lui sviluppata implica un approccio nuovo non solo verso l’interpretazione del Corano e l’applicazione della sharia, ma anche verso i diritti umani e il pensiero arabo islamico, trovando il modo di mostrare una concezione della natura e della dignità umana comune sia al pensiero islamico sia a quello del mondo occidentale liberale. Nel 2004, comunque, gli viene assegnata la cattedra 'Ibn Rushd’s Chair of Islam and Humanism, per gli studi umanistici islamici presso l'Università di Utrecht.

Sono proprio gli studi fatti dal professor Zayd su Ibn Ruched (teologo, filosofo, sociologo e giurista del 1300), che a mio giudizio sono da enfatizzare e da prendere da riferimento per il futuro. Ibn Ruched, infatti, fu allora messo al bando sia dallIslam sia dal Cristianesimo, perché aveva ipotizzato con la morte del singolo, anche la fine dell'anima. Il che legittima ampiamente la scomunica. Ma Ibn Ruched aveva anche supposto che l’essenza stessa dell’anima fosse un intelletto raziocinante, dono di Dio a ogni essere umano, che post mortem si sarebbe ricongiunta a un Intelletto Agente (primo motore di aristotelica memoria) - cioè Dio nella sua unicità più trascendente.

A prescindere dalla giusta condanna, valida ancor oggi senza scusanti, personalmente ritengo (come forse anche Zayd) che comunque la filosofia di Averroè abbia dato origine, in particolare nella scolastica, all'umanesimo, grazie e in funzione della riscoperta della centralità dell'essere umano. Se quanto scritto non siano solo illazioni ma frutto di un’attenta analisi sull’apertura al dialogo da parte dell’Islam nei confronti dell’approccio occidentale ai Diritti dell’Uomo, solo il tempo ce lo potrà dire. Da parte mia, me lo auguro con tutto il cuore.

(*) Il teologo Al Ghazali (Iran 1058-1111), infatti, proprio per contrapporsi all’antecedente filosofia della scuola Mutazilita (748 d.C., Bassora-Iraq, che professava una sintesi tra razionalismo greco e la lettura del Corano) decretò l’incontrovertibilità di alcuni dogmi e l’intoccabilità del messaggio coranico:

  • Il Corano è la parola di Dio diretta, alla lettera e senza intermediazione, a ogni singolo fedele e rivelata attraverso Maometto (Mohammed). Rappresenta il percorso predestinato per ogni musulmano;
  • Il Corano è increato e consustanziale con Dio che è eterno (tesi accettata anche dalla scuola giuridica Asharita). Questo concetto/dogma ha dato origine all’inclinazione, da parte della quasi totalità dei pensatori musulmani, a considerare l’epoca di Mohammed e dei suoi fedeli amici (i primi quattro Califfi) come l’età d’oro dell’Islam, in cui una unica visione tra religione e politica, etica e comunità ha consentito realizzare la Società islamica perfetta. La politica applicata in quel periodo è quindi da porre come riferimento costante da imitare e perseguire nel tempo.

(**) Il teologo Ibn Taymiyya (attuale Siria 1263-1328): “L’Islam è dunque Religione e Mondo, Religione e Stato”, intendendo dunque che nell’Islam vi è una stretta interazione con la politica. In quanto tale, l’Islam, in particolare nella sua componente fondamentalista ortodossa, è soprattutto una ideologia!