Israele: bene Trump, Italia non pervenuta

Il 29 novembre 2012 l’Onu, mediante la risoluzione 67/19 adottata dall’Assemblea generale con 138 sì, 9 no e 41 astenuti, ha cambiato lo status della Palestina da “entità non statuale” a “Paese osservatore permanente non membro”, equivalente in sostanza a quello dello Stato della Città del Vaticano. Allora, sia gli Stati Uniti che Israele espressero un voto contrario, e il segretario di Stato Hillary Clinton usò parole particolarmente dure: “La risoluzione non sancisce la nascita dello Stato palestinese ed è controproducente per il principio di due popoli e due Stati”. Il 17 dicembre 2014 il Parlamento europeo ha approvato a grande maggioranza – 498 favorevoli, 88 contrari, 111 astenuti – una risoluzione che “sostiene il riconoscimento in linea di principio dello Stato palestinese e la soluzione a due Stati, e ritiene che ciò debba andare di pari passo con lo sviluppo dei colloqui di pace che occorre far avanzare”. Il 2 maggio 2017 l’Unesco ha approvato – 20 favorevoli, 10 contrari e 23 astenuti – una risoluzione che definisce Israele “potenza occupante” e che nega i legami fra l’ebraismo e la Città vecchia di Gerusalemme. Con un’ulteriore risoluzione del 7 luglio 2017 – approvata con 12 voti favorevoli, 3 contrari e 6 astenuti – l’Unesco riconosce la Tomba dei Patriarchi ad Hebron, in Cisgiordania, come “sito palestinese” del Patrimonio Mondiale: la Città vecchia di Hebron e la Tomba dei Patriarchi diventano “siti palestinesi” e si evidenzia “il loro essere in pericolo”.

Veniamo ai giorni nostri. Il 23 ottobre 1995, il Congresso degli Stati Uniti approva una legge che prevede lo spostamento dell’Ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. L’atto prevede una clausola in base alla quale il presidente può rinviare l’attuazione della legge ogni sei mesi per ragioni di sicurezza nazionale. Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama hanno firmato questa deroga ogni sei mesi. Donald Trump, il primo giugno scorso, ha seguito l’esempio dei suoi predecessori, ma ha recentemente annunciato – qui il discorso integrale in italiano – di voler prendere un’altra strada. “Ho stabilito che è tempo di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come capitale d’Israele. […] Israele è una nazione sovrana con il diritto, come ogni altra nazione sovrana, di determinare la propria capitale. Riconoscere questo come un fatto è una condizione necessaria per raggiungere la pace. […] Voglio anche chiarire un punto: questa decisione non intende in alcun modo riflettere un allontanamento dal nostro forte impegno per facilitare un accordo di pace duraturo. Vogliamo un accordo che sia molto importante per gli israeliani e molto per i palestinesi. […] Gli Stati Uniti potrebbero sostenere una soluzione a due Stati se concordata da entrambe le parti”.

Apriti cielo. Nell’epoca delle fake news, i fake media si sono messi subito al lavoro: e hanno mostrato, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che la politica dei due pesi e due misure verso Israele va ancora di moda, sia sulla carta stampata che in politica internazionale. E allora ecco che Trump viene dipinto come un pazzo che condurrà il mondo alla terza guerra mondiale, come un incendiario che vuole destabilizzare il Medio Oriente. Tuttavia quando l’Onu, l’Unesco e altre organizzazioni internazionali prendevano metaforicamente a ceffoni Israele con le loro risoluzioni provocatorie, nessuno considerava tali atti destabilizzanti per il Medio Oriente: cento risoluzioni pro-Palestina meritano a priori scroscianti applausi, mentre un atto pro-Israele è un irreparabile danno alla pace e un’offesa da lavare con una nuova intifada. Trump, con la sua storica decisione, ha voluto cambiare marcia ad una politica estera americana ormai da tempo ammuffita nei confronti di Israele – senza tuttavia rinunciare all’impegno di lavorare per il dialogo – e ha stanato l’ipocrisia della comunità internazionale, preoccupata solo di non turbare la suscettibilità palestinese e dei Paesi arabi fingendo che vi sia un fantomatico “processo di pace” da salvaguardare. Il mantra “due popoli due Stati”, che ora viene rilanciato da tutte le cancellerie europee, in questi anni è stato solo una mera – e comoda – dichiarazione d’intenti, e di certo la decisione di Trump non mette in pericolo alcun accordo epocale dietro l’angolo.

E l’Italia? Non pervenuta. Il nostro ministro degli Esteri è troppo impegnato nell’annunciare urbi et orbi la sua volontà di non ricandidarsi – una notizia che senza dubbio lascerà sgomente le diplomazie europee – per occuparsi di Gerusalemme. Nella scacchiera medio-orientale così come a Bruxelles, l’Italia gioca ormai solo di rimessa, abituata alla mediocrità. Priva di ogni ruolo nel Mediterraneo, balbuziente con l’Unione Europea, guardiamo da spettatori Francia, Turchia, Germania, Russia tessere le fila dei propri interessi.

(*) Fondazione FareFuturo